domenica 13 giugno 2010

La prova ontologica d'Anselmo d'Aosta

“Questa cosa dunque esiste in modo così vero che non si può pensare che non esiste. Infatti si può pensare che esista qualcosa che non si può pensare non esistente; ma questo è maggiore di ciò che si può pensare non esistente. Perciò, se ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore può essere pensato non esistente, ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore non è ciò di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore. Allora, ciò è contraddittorio. Perciò qualcosa di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore esiste in modo così vero che non si può pensare non esistente.” [Anselmo, Proslogion, cap.III, BUR, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 86.]

La prova ontologica è una dimostrazione logica dell'esistenza dell'essere parmenideo, poi divenuta nella teologia medievale una forma di dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio. La paternità di tale prova risale al Proslogion dell’ecclesiastico Anselmo d'Aosta (1033-1109), scritto attorno al 1077.
Anselmo argomenta che anche l’ateo che nega Dio nella sua mente formula l’idea della divinità intesa quale Essere Supremo e Perfetto. Egli parte da ciò che sviluppare una forma di dimostrazione negativa o per absurdum. Si ammetta per ipotesi che Dio, «ciò di cui non si può pensare il maggiore» esista nel solo intelletto, e non nella realtà. Tuttavia, ciò comporta una contraddizione, in quanto ciò di cui non è possibile concepire nulla di superiore non può esistere soltanto nell’intelletto. Infatti, l’esistere nella realtà è ancora superiore a quello della semplice esistenza mentale. Se quindi ciò di cui è impossibile concepire un ente superiore esiste soltanto nel pensiero umano, si dice che ciò di cui è impossibile concepire un ente superiore è ciò di cui in realtà è possibile concepire un ente superiore, il che comporta una contraddizione. Pertanto, ne consegue che l’essere di cui è impossibile concepire un ente superiore esiste assieme nella mente e nella realtà.
Dovendo dimostrare l'esistenza di Dio, ovvero l’Ente Primo e Perfetto, Anselmo ritiene di dover compiere una dimostrazione a priori e quindi non basata sui sensi e l’empiria, ritenuta l'unica in grado di dimostrare il fondamento ontologico di tutto l’esistente. La sua scelta di compiere la dimostrazione in forma negativa ovvero per absurdum gli permette inoltre di svilupparla evitando di porre precedenti assiomi o teoremi e basandosi unicamente sulla ragione e la logica, coi suoi principi fondamentali di non contraddizione e del terzo escluso.
Le premesse intellettuali della dimostrazione anselmiana sono quelle del neo-platonismo, con la sua nozione di intellectus/nous, che comporta come l’esistere nel pensiero sia già realmente esistere. Da ciò consegue che l’esistenza della nozione di Dio nel pensiero esiga logicamente che si afferma l’esistenza divina effettiva nella realtà. Il neo-platonismo ha sempre postulato l’esistenza nell’uomo di una precisa gerarchia delle facoltà, organizzate in modo scalare (Classica quella di voluntas/affectus, mens/ratio, intellectus/spiritus; volontà ed emotività; mente e ragione; spirito. Tale distinzione è paragonabile, mutatis mutandis, a quella fra inconscio, conscio e trans-conscio.), in cui la gnoseologia ricalca l’ontologia, anzi l’opposto, poiché nel neo-platonismo il conoscere è superiore all'essere. Lo spirito permette di cogliere con conoscenza diretta ed assoluta le verità trascendenti, poiché esiste in esse. I principi metafisici sono quindi dimostrabili e conoscibili logicamente allo stesso modo di quelli matematici e trovano ambedue perfetta manifestazione razionale. Il neo-platonismo quindi può giungere ad esprimere l’idea di una gnosi, intesa quale conoscenza diretta della verità trascendente, che di per sé esclude la fede, considerata quale una forma gnoseologica inferiore ed imperfetta in quanto costituita appunto dal credere senza averne conoscenza ed esperienza intellettuale.
La prova ontologica di Anselmo d’Aosta a distanza di mille anni continua ad essere dibattuta, trovando favorevoli ed oppositori. Già quando il grande pensatore era in vita egli ebbe un avversario nel monaco Gaunilone. In seguito, grandi autori come Bonaventura da Bagnoregio, Cartesio, Leibniz, Hegel hanno accettato e riformulata a proprio modo la dimostrazione anselmiana, mentre invece altri, come Tommaso d’Aquino, Locke e Kant l’hanno respinta, ognuno a proprio modo.
Fra i sostenitori dell’argomentazione anselmiana si ritrova anche il grande logico Kurt Gödel. Egli, che rivoluzionò la matematica con i suoi principi, era filosoficamente un neo-platonico, e matematicamente un platonista: riteneva che le verità matematiche fossero universali, eterne e trascendenti, scoperte ma non create dall’uomo. Gödel tentò anche una prova filosofica dell’esistenza di Dio. Egli concepì l’Essere come una proprietà necessaria e costitutiva in sé e per sé, da porre a fondamento del pensiero logico e dell'ordine matematico dell'universo. La sua ontologisches Beweis, ossia la dimostrazione dell'esistenza di Dio, è strutturata su di un rigoroso teorema logico-formale, secondo i principi della logica modale.
È degno di nota che tali elaborazioni intellettuali europee trovino forti somiglianze nell’interpretazione filosofica della matematica indiana, a cui si deve, fra l’altro, l’invenzione dello “zero”. Anch’essa postula la possibilità di provare le verità metafisiche in forma logico-formale.

mercoledì 9 giugno 2010

De Marchi, Pianelli e la loro città

link dell'originale
De Marchi Pianelli e la loro città

 

Quando parlo di Milano, in maniera entusiastica, come di una delle più belle città del mondo, c'è sempre qualcuno che alfine mi contraddice, dicendomi: "Ma da quanto tempo manchi da Milano? Io non la vedo poi così bella".
In effetti, quando penso a com'era corso Buenos Aires, negli anni '70, rispetto ad oggi, un pò di ragioni forse le hanno. Il Corso era chiamato la vetrina dei milanesi, quando ancora non era scoppiato il boom dei supermercati. A quell'epoca dominava ancora incontrastata La Rinascente, quotata da decenni, e per tanti anni successivi ancora, alla borsa valori di Milano: era uno dei titoli più solidi e più sicuri.
In quegli anni '70 percorrevo il corso in lungo e in largo, passando incantato da una vetrina all'altra in cerca di novità, che in periferia, e nei paesi limitrofi non erano ancora arrivate. Era anche il tempo in cui f
acevo parte della claque, e, spesse volte, o in  gruppo percorrevamo a piedi tutto il corso, passando dai portici di Porta Venezia, poi in corso Venezia, e quindi al Duomo, passando per San Babila: com'era bella Milano! Risale a quegli anni il mio grande innamoramento per la città. Poi, come mi dissero, la calata degli incivili aveva rovinato Corso Buenos Aires. Era diventato bivacco di ambulanti provenienti da ogni dove; l'avevano trasformata in emporio a cielo aperto, senza che le autorità fossero in grado o avessero il potere o la voglia di por fine allo stato di degrado. Di tale sorta di sfacelo me ne accorsi una domenica di fine anni '90, quando tentai, con la famiglia, di rifare quel fantastico percorso. Tentativo vano e andato a vuoto: marciapiedi occupati da lenzuolate distese, con esposte le loro mercanzie, per lo più i soliti occhiali, binocoli, cappellini, magliette. E i passanti, e i passeggiatori del Corso costretti a fare lo slalom tra quelle lenzuolate; e guai a chi le sfiorava, anche soltanto per una semplice distrazione con un piede; sarebbe equivalso ad un affronto da lavare col sangue delle parolacce, o anche peggio. Ma chi erano gl'invadenti? Noi che volevamo passeggiare come sempre fatto, o loro che avevano invaso i marciapiedi impedendoci di camminare? Da quel giorno non siamo più andati a passeggio per il Corso. Son passati almeno dodici anni da quell'episodio, e chissà se ora la situazione è migliorata?
Comunque sia, credo che Milano sia bella a prescindere da tutto questo, oltre che ad avere la pecca delle polveri sottili, che in taluni giorni ammorbano la città; e tutto questo, oggi più di ieri. Ma se poi la paragono a Londra, città che credevo più avanti di Milano in vari campi, o almeno per quanto riguarda la vivibilit
à, grazie al meticoloso e particolareggiato post di Nessie,Lost in London , scopro che invece è seconda a Milano in vari punti. Le esperienze di viaggio di Nessie, racchiuse in quel post, mi hanno fatto molto ricredere su quelli che credevo punti di forza di Londra rispetto a Milano; tanto da farmi ritenere che la città meneghina non abbia nulla da invidiare alle altre grandi metropoli del mondo.


Tutto il mondo è paese, e nessuna città può fare tanto meglio più di altre in tema di vivibilità, viabilità, mezzi collettivi di trasporto: è sempre quel resoconto di Nessie, che mi porta a tale considerazione. Anche in tema di ruota panoramica , la grande attrazione londinese, il divario sembra sia stato colmato, o lì per esserlo. E' anche a seguito di tali considerazioni che mi azzardo, con maggior vigore, col dire che Milano è una delle città più belle del mondo, a prescindere. Al prescindere da che cosa, potrebbe essere il tema di qualche altro post.
Emilio De Marchi, lo scrittore che ho riscoperto di recente, mi ha fatto crescere l'innamoramento per Milano. Nel suo romanzo più famoso, Demetrio Pianelli, fa una descrizione particolareggiata della sua Milano, citando col loro vero nome locali, luoghi, vie, piazze, chiese. Parla delle vie del centro e di periferia (quella che però oggi fa parte del centro città); indugia su chiese, campanili e i suoni delle loro campane, sui tetti di Milano; descrive i navigli, all'epoca ancora a cielo aperto; declama i gatti di Milano e il cane di Cesarino, passato poi al fratello Demetrio. Una delle zone nevralgiche di Milano, richiamata in più riprese nel romanzo, è il
Carrobio (scritto così, come ha fatto De Marchi nel romanzo).

Sono molti gli spunti di riflessione che si possono trarre dal romanzo. Si pensi soltanto al vecchio dazio, che De Marchi cita spesso nel romanzo e che sarà oggetto di un mio prossimo post. Meditavo su questi vari spunti, quando m'imbattei in un punto del romanzo che mi fece trasalire, facendomi abbandonare di botto ogni altra idea. Penso che Emilio De Marchi fosse andato anch'egli alla ricerca di una prova scientifica dell'esistenza di Dio. Trascrivo il brano, dal Demetrio Pianelli (parte quarta, Capitolo 2), che lo farebbe supporre. In tale brano par di intravvedere un suo nascosto desiderio di ricercare tale prova. L'approccio lo fa per mezzo di Marco, il celebre professor Fagiano di Sinigallia, il mago, come osava autodefinirsi lui, e assistente della medium Anita d'Arazzo, impareggiabile sonnambula. Rivolto a Paolino delle Cascine, andato là per un consulto, nel momento del commiato, nell'atto di presentare al cliente tutte le "attrezzature scientifiche" di cui il gabinetto della medium dispone, gli dice:
"La tavola psicografica segna col semplice contatto della mano in cinque minuti tutte le risposte che si desiderano. E' uno dei più forti argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima. Profondi filosofi, speculatori metafisici e benefattori dell'umanità hanno scoperto che la terra e il cielo sono popolati di spiriti buoni e di spiriti mali..., di spiriti superiori e di spiriti inferiori e quando un soggetto, previa una calda aspirazione al Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, invita nel raccoglimento del suo pensiero con sommissione uno di questi spiriti o l'anima eterna di un caro estinto, sia ombra di grande illustre o vuoi poeta o condottiero di eserciti o anima di parente sepolto..."..."lo spirito tratto dalla simpatia e dalla coercizione non può a meno..."
e qui s'interrompe il dialogo, Marco saluta Paolino delle Cascine, dopo averlo accompagnato alla porta.
Di quanto poi avviene, mi attengo al silenzio, per non togliere il piacere delle tante sorprese a quanti vorranno leggere il romanzo.Dal brano si potrebbe ipotizzare che forse De Marchi, nel corso della sua vita, sia andato anche lui in cerca di una prova scientifica dell'esistenza di Dio. Un piccolo/piccolo tentativo è stato fatto da commentatori di questo e altri blog (
vedere questo esempio).De Marchi era nato a Milano, ma aveva fatto di Paderno Dugnano la sua città d'elezione. Vi si trasferiva sempre, negli ultimi due mesi delle vacanze estive, per il suo clima più mite rispetto a Milano. A Paderno Dugnano, nella parte est del suo bel quadrilatero, racchiuso tra via IV Novembre, via Roma, via Gramsci e proseguimento di via Grandi c'è la villa De Marchi - Tavecchio (vedi foto). Tutta la zona racchiusa nel quadrilatero ha avuto sviluppi e cambiamenti notevoli negli ultimi trent'anni. Via Gramsci, dove è situata la villa dello scrittore, è stata fino ad una trentina d'anni fa una strada intercomunale stretta e pericolosa; era parte di una carrozzabile, alternativa della più famosa Strada Comasina, che ha antiche origini Romane e preromane. La strada partiva idealmente dalla casa di Alessandro Manzoni a Brusuglio, per poi passare da Cusano (Milanino) e da lì, a Paderno, passava davanti la casa del De Marchi. Attraversate le quattro frazioni in linea di Paderno, Dugnano, Incirano, Palazzolo, si arrivava a Bovisio Masciago, dopo essere transitati da Varedo, nella cui frazione Valera, in località ancor oggi relativamente amena, Gaetana Agnesi da Milano vi si era trasferita oltre 100 anni prima, per attendere ai suoi studi di matematica e analisi in piena tranquillità.Il visibile sforzo compiuto dalla comunità padernese nel corso degli ultimi trent'anni, per migliorare l'aspetto cittadino, ha ricreato di sana pianta il centro città, salvando però da demolizione il bello dell'antico, tra cui la casa del De Marchi, come risulta dalle foto pubblicate. Quel centro storico ricreato, dalla maggior parte dei padernesi è indicato come il quadrilatero di Paderno Dugnano. Al lato opposto del quadrilatero, rispetto alla casa dello scrittore, vi è la stazione ferroviaria, e vi scorre una ferrovia, la quale sta assumendo via via sempre maggior importanza. La linea che vi transita è presa d'assalto nelle ore di punta o in occasione di grandi eventi milanesi. Essa va a confluire nel Passante Ferroviario, che in quaranta minuti porta i passeggeri a Rogoredo, al capo opposto di Milano. Là, in località Melegnano e Chiaravalle, Emilio De Marchi vi aveva creato ambientazioni per il suo Demetrio Pianelli.All'interno del quadrilatero di Paderno Dugnano scorre, a cielo aperto, il Seveso, fiume che ha avuto molta importanza nella storia di Milano; una storia che s'intreccia con quella dei navigli. Il corso cittadino del fiume è parecchio migliorato, rispetto a quegli anni '70-'80, anche se Legambiente ne denuncia il costante stato di degrado.
Nell'ultima foto vi è la tomba di Emilio De Marchi, che si trova nel cimitero di Paderno Dugnano, e non in quello di Maggianico di Lecco, come scritto
nell'enciclopedia on-line Wikipedia. A Maggianico di Lecco vi andava solamente talvolta in vacanza. A Paderno aveva casa, e, nei mesi di agosto e settembre di ogni anno, ultimi due mesi di vacanze estive, vi andava ad abitare.

Post correlati:
Entanglement
Possibile prova scientifica dell'esistenza di Dio
Cenni sulla contrazione delle lunghezze a velocità relativistiche
Cosa c'è, se c'è, oltre l'Universo?
---
Foto: in alto, scorcio del Carrobio di Milano. Dal sito
Milano blogosfere
Le altre foto sono dell'autore.
Aggiornamento

domenica 16 maggio 2010

Toccata e fuga

E' un arrangiamento moderno
va ascoltato fino in fondo!
Che ne dite?



Autore:
Jean Michelle Jarre - Toccata Et Fuga (Js Bach)

martedì 16 marzo 2010

Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Cajkovskij

Questo è stato uno dei primi concerti cui ho assistito alla Scala di Milano, quando facevo parte del gruppo della claque (vedere commentario relativo al post Girgenti amore mio ). A distanza di anni è difficile ricordare con precisione chi fossero pianista e direttore d'orchestra; posso solo ipotizzare che forse sono stati Alexis Weissenberg, al pianoforte, ed Herbert Von Karajan a dirigere l'orchestra. Nella mia collezione di dischi in vinile ho infatti il disco del Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Pyotr Iliych Cajkovskij. Vi invito all'ascolto del primo movimento - registrato in due parti su You Tube. Martha Angerich al piano e Antonio Pappano alla direzione d'orchestra, danno qui vita ad una eccellente esecuzione. Il concerto che propongo è uno dei più eseguiti al mondo, e andrebbe ascoltato in riverente raccoglimento.
Buon ascolto.


mercoledì 10 marzo 2010

Navigli amore mio



Il filmato di cui sopra, della durata di 8,15 minuti, è estratto dal film di 30 minuti dall'autore, ALBERTO GRISA. Il film è stato realizzato e prodotto principalmente ad uso didattico per le scuole, con l'intento di far conoscere e divulgare tra le giovani generazioni il ruolo importantissimo e fondamentale che ebbero i NAVIGLI DI MILANO per il suo sviluppo, il suo progresso, e quindi, in ultima istanza, per l'arricchimento di quella fantastica città che è e che, nonostante tutto, continua ad essere.
Per ulteriori informazioni andare su You Tube http://www.youtube.com/watch?v=Hwm7-YpP5Wc


Il laghetto di Milano, o Tombone di San Marco, in via San Marco a Milano, agli inizi del secolo scorso.
Proprietari della foto www.thais.it (se non d'accordo, la foto verrà rimossa)
---
Pubblico, integralmente, un articolo di Gianni Santucci, apparso ieri sul Corriere della
Sera.it .
Chiedo venia al Corriere, per questo che può sembrare atto di prevaricazione e abuso, ma lo ripagherò abbondantemente del favore che mi concede, quando parlerò del Tombone di San Marco, le cui acque lambivano il portone d'ingresso dei suoi operai, fino agli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra Mondiale.
La notizia non è delle più belle, per uno che ha sempre immaginato che Milano con la sua Darsena, i suoi Navigli ancora a cielo aperto, e le possenti Mura Spagnole ancora al loro posto, sarebbe annoverata tra le dieci città più belle al mondo.
---
"Prima di guardare in basso, e mettersi a contare bottiglie, passeggini, televisori, carcasse di biciclette e motorini abbandonati sul fondo dell’antico porto di Milano, si può ricordare cosa è successo qualche anno fa a Londra. Sulla sponda Sud del Tamigi c’era la vecchia centrale termoelettrica di Bankside, abbandonata dal 1981, tante volte se n’era ipotizzata la demolizione, poi nel 1995 la Tate Gallery decise di trasformarla e affidò il progetto a uno studio svizzero di architettura. Dopo cinque anni (tenere ben presente i tempi: cinque anni), il 12 maggio 2000 venne aperta la Tate Modern, uno dei più innovativi e visitati musei del mondo, che ha toccato il record di 4 milioni di ingressi l’anno. Ora si può risalire dal fondo della Darsena, lasciarsi alle spalle l’odore rancido di escrementi e putrefazione che si respira là sotto, e leggere le date ancora segnate sul cartellone del cantiere: il 21 maggio 2003 il sindaco decide di costruire un parcheggio da 700 auto sotto l’acqua; il 22 ottobre dello stesso anno viene consegnata (e presto prosciugata) l’area. Esclusi gli scavi archeologici, i lavori non sono mai partiti. Rapido conteggio: in cinque anni, sul suo fiume Londra ha costruito la Tate Modern. In più di 6 anni, Milano ha mandato in malora il cuore del sistema dei Navigli, un luogo che si identifica con la storia e l’immagine della città.

Milano, il Naviglio-discarica

Qui si scambiano l’acqua il Naviglio Grande, dopo 45 chilometri di percorso da Turbigo, e il Naviglio Pavese, che scende per 35 chilometri fino a Pavia. Qui si incrociano la storia di Milano (le vie d’acqua usate per trasportare il marmo del Duomo), il genio di Leonardo (che progettò una chiusa i cui disegni si trovano nel Codice atlantico), e il genio politico della Milano di oggi, molto innamorato del cemento e incapace di mandare qua in Darsena dieci spazzini e quattro giardinieri per rimediare a questa indecenza. Certo, è in corso una battaglia legale. Scontro tra Palazzo Marino, che di fronte al fallimento del parcheggio-sott’acqua ha revocato la concessione (l’anno scorso), e la Darsena Spa, che invece oggi chiede i danni per il fatto di non poter più costruire. Nell’attesa che si risolva la contesa, ieri mattina nella discarica della Darsena in secca si contavano: due passeggini fracassati, un numero imprecisato di bottiglie, una vecchia tavola da surf, due batterie di auto, più uno specchietto, due parafanghi e tre cerchioni di macchine, i documenti di un motorino rubato, i letti di due senzatetto (uno sotto il ponte, l’altro dentro una casupola), l’armadio di altri due clochard che hanno steso i vestiti al sole. Tutto sparpagliato su una distesa di fango marcio.

Lontano da qui, risalendo i due canali, la scena è diversa. Sia lungo il Naviglio Grande, fino a Corsico, Trezzano, Abbiategrasso; sia lungo il Pavese, fino a Rozzano, Binasco, Pavia, le ferite sono quelle del tempo. Almeno 110 chilometri di sponde, su 160 dell’intero sistema Navigli, sarebbero da consolidare o stabilizzare; le conche abbandonate sono 29, gioielli come quella al confine di Rozzano, all’altezza del ponte verso Binasco, dove la ruggine sta spappolando il ferro delle strutture. Per sistemare le sponde servirebbero 300 milioni di euro. Ma intorno c’è comunque erba abbastanza curata, corrono piste ciclabili, filari di alberi. È più pulito, perché non c’è una città a vomitare porcherie dentro i canali. La Regione, a dicembre 2007, ha creato «Navigli Lombardi scarl», che dopo anni di frammentazione è il primo soggetto unitario per la gestione e la manutenzione. Milano ha vinto l’Expo puntando anche sulle vie d’acqua, che avrebbero dovuto collegare in una rete navigabile la Darsena e i padiglioni dell’esposizione a Rho-Pero. Progetto annunciato e decaduto. Propaganda. Come gli annunci di «riqualificazione » degli ultimi dieci anni: negli archivi del Corriere se ne contano 32.
---
Chiedo scusa ai lettori di Aquaeductus, per questa sorta di impropria intromissione, ma il mio blog personale è stato occupato, proprio oggi, da una "faccenda" forse più importante, "più duratura nel tempo".

lunedì 15 febbraio 2010

Le pitture dei Filostrati

Mi è capitato tra le mani un libro edito nel 1828 con questo titolo “Le pitture dei Filostrati”

Una rapida ricerca nel mio database neuronico da un risultato insoddisfacente, i Filostrati erano sofisti e l’unica cosa che riuscivo ad associare, sul momento, era la biografia di Apollonio e una datazione indicativa II° III° secolo d.c., ma che avessero dipinto quadri non mi risultava.

Decido di leggere il libro e qui la prima sorpresa: il libro, pur mostrando i segni del tempo, è intonso, non essendo stato rifilato in tipografia, per poterlo leggere le pagine vanno tagliate. Un libro che ha quasi 200 anni e che non è mai stato letto!

Con un po’ di timore di fare danni prendo un tagliacarte e comincio ad aprire le pagine, dopo aver letto una lunga prefazione del curatore della traduzione dal greco, Filippo Mercuri, mi sono reso conto che il titolo del libro, non corrispondeva all’originale greco che è Eikones ossia Immagini.

Tralascio la discussione su quanti fossero i Filostrati, se 3 o 4, e se le Eikones siano state scritte da uno solo di loro o da due, poche righe anche sull’argomento su dove queste tavole fossero situate e se fossero esistite realmente.

Eikones è un’opera famosa nella quale si descrivono alcune pitture, su tavola, descrizioni talmente accurate da poterle chiamare “pitture scritte”.

Nel proemio dell’opera, si può leggere che Filostrato si trovava a Napoli, ospite in una villa nel cui porticato erano state incastonate delle pitture su tavola.

Il padrone di casa” … abitava fuori le mura in un sobborgo, che guarda il mare, nel quale era un tal portico rivolto al vento zeffiro costruito, se ben mi ricordo,sopra quattro o cinque solai che accennava al mare tirreno:il quale era vagamente adorno di quelle pietre,che più il lusso commenda, e più di pitture, sendo in quelle incastrate alcune tavole, le quali ha mio credere non senza sollecitudine erano state raccolte; perocchè in esse si ravvisava l’arte cospicua di moltissimi dipintori : ed avendo io di per me stesso già fermo nell’animo di commendare queste pitture con la favella, a ciò viemmaggiormente ancora fui stimolato dal piccolo figlio del mio ospite; che toccava allora il decimo anno bramoso di ascoltare …”

La querelle tra gli studiosi, parte da queste righe: dobbiamo credere alle parole di Filostrato oppure è tutta una finzione letteraria? Questa casa a Napoli con le sue pitture incastonate nel portico è esistita realmente oppure è opera della fantasia dello scrittore? La descrizione delle pitture è fatta su quadri autentici o sono il prodotto dell’immaginazione di Filostrato? I pareri sono molto discordi.

Il Prof. Stefano De Caro, soprintendente archeologico delle Province di Napoli e Caserta in una conferenza del 1999 sulle nature morte parla di Filostrato è da per scontato che il sofista abbia visto veramente la galleria di quadri che descrive nelle Eikones:”…La conferma che gli antichi usassero effettivamente questo nome [xenia] per la pittura di natura morta ci viene da un passo del retore greco di Lemno, Flavio Filostrato il Vecchio, della fine del II secolo d.C., il quale, descrivendo una galleria di quadri che lui ha ammirato a Napoli e che commenta per un gruppo di suoi giovani condiscepoli, definisce chiaramente come “xenia” due composizioni perdute, la cui descrizione corrisponde esattamente al genere che le pitture pompeiane raffigurano. Una di esse raffigurava, infatti, fichi, noci, pere, ciliegie, uva con miele, formaggi, e del latte con i vasi. L’altro genere rappresentava una lepre viva e una lepre morta, un’anatra spiumata, diversi tipi di pane, frutta fresca, castagne e fichi. La testimonianza di Filostrato è preziosa anche perché ci presenta il punto di vista critico di un intellettuale evidentemente informato di cose d’arte, e pure se cade circa un secolo dopo le pitture di Pompei, il suo giudizio potrebbe tranquillamente applicarsi ad esse, perché, come vedremo, questo genere aveva avuto poche trasformazioni dall’età ellenistica in poi. Quando Filostrato insiste, infatti, sulle qualità realistiche dei dipinti e sulla capacità della pittura di fermare sulla tela la bellezza fuggente del reale confondendo l’arte, la realtà e la sua rappresentazione, la sua valutazione non è, difatti, distinguibile da quelle delle fonti ellenistiche. Il suo passo è: “Perché non prendi questi frutti che sembrano fuoriuscire dai due cesti? Non sai che se aspetti anche soltanto un poco non li troverai più come sono ora, con la loro trina di rugiada?”.

La dott.ressa Letizia Abbondanza della sovrintendenza di Roma nel suo libro”Immagini” (2009) è di parere contrario, infatti scrive “galleria immaginaria”.

“Dei tre o forse quattro Filostrati che vengono ricordati dalla tradizione antica, si attribuisce al Secondo e Maggiore – vissuto nel finale del II e durante la prima metà del III secolo d.C. –, un testo giustamente famoso, capitale nella storia della letteratura artistica: le Eikones, Icone cioè Immagini, che descrivono una visita guidata, in forma di dialogo tra un sofista e i suoi giovani allievi, a una galleria immaginaria di oltre sessanta quadri, collocata a Napoli. È l’occasione di una strepitosa performance retorica, in cui la parola si propone a confronto vittorioso con l’immagine. L’opera ha sollecitato interesse di filologi ed emulazione di artisti e alimentato, in Goethe come in numerosi storici e amatori delle arti figurative, l’illusione di poterne in qualche misura risarcire la grande e purtroppo perduta pittura degli antichi. “

Facendo una considerazione generale si può dire che ogni opera, per quanto fantastica sia, ha sempre un incipit reale. A mio giudizio, Filostrato ha realmente osservato questi quadri e forse anche a Napoli, ma quasi certamente non erano tutti nei soliti locali e se diamo per vero che una parte delle Eikones sia stata scritta da un altro Filostrato questa tesi prende consistenza. D’altronde siamo nel neosofismo e quindi l’artificio è sempre latente, l’illusione dalla realtà e la realtà dalle illusioni.

Questi sono, certamente, interessanti risvolti, ma, a mio giudizio, è più importante vedere come le Eikones mettano in scena l’eterno confronto tra parola ed immagine, tanto che anche Goethe ne fu affascinato ed anche numerosi pittori tra cui Moritz von Schwind, le hanno reinterpretate.

Il filosofo Pierre Hadot nota l’importanza delle parole sophisma e apatê,usando la sua terminologia, che possono essere sintetizzate nel termine “artificio”. Prendendo come paradigma il Narciso (Eikon XXIII) si ha il “sophisma” della fonte e del quadro, ossia l’incapacità di distinguere tra realtà ed illusione.

Una descrizione della pittura di una pittura è l’incipit dell’”Immagine”: ” La fonte dipinge Narciso la pittura dipinge ad un tempo la fonte e Narciso”. Queste le parole del sofista e dalle quali possiamo dedurre che Filostrato “dipinge” l’immagine che la pittura dipinge dell’immagine di Narciso.

”L’apatê”, ossia l’inganno, perché Filostrato stesso davanti alle figure dei cacciatori crede di vedere non dei personaggi nella loro staticità del dipinto, ma esseri reali in movimento e, a questo proposito scrive Hadot:” Il discorso di Filostrato aggiunge all’illusione di vedere un quadro, l’illusione dell’eliminazione dell’illusione, l’impressione di partecipare ad un evento che si svolge effettivamente.”

Sophisma più apatê uguale artificio, un artificio eccezionale direi: l’impressione di partecipare ad un evento attraverso l’immagine scritta di un’immagine illusoria dipinta in quadro che forse non è mai esistito.

lunedì 8 febbraio 2010

“La pittura porta a Dio”

Ritratti d’autore di Mario Dal Bello
di Marialuisa Viglione

ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Mario Dal Bello, critico d’arte e di spettacolo, ha appena pubblicato un volume dal titolo Mario Dal Bello: Ritratti d‘autore. Figure della pittura europea da Duccio a RothkoMario Dal Bello: (Città nuova), che riunisce delle riflessioni sui più importanti pittori degli ultimi 800 anni.

ZENIT lo ha intervistato.

Cos’è l’ispirazione artistica?

Mario Dal Bello: Un dono di Dio.

Cos’è l’arte per lei?

Mario Dal Bello: Espressione della ricerca della bellezza che c’è in ogni uomo. Ricerca di eternità, immortalità. I più grandi capolavori parlano di Dio.

Come nasce questo libro?

Mario Dal Bello: Dall’amicizia di tutta una vita con questi artisti. Arrivo da Asolo in provincia di Treviso e da bambino conoscevo la pittura veneta, che mi ha fatto innamorare della bellezza: Tiziano, Giorgione, Bassano, Canova. Molti si convertono per un quadro. La pittura porta a Dio.

Il suo quadro preferito?

Mario Dal Bello: Uno dei quadri di El Greco a New York, la veduta di Toledo. Straordinario.

Come può parlare di Dio l’arte astratta? Dio è incarnazione.

Mario Dal Bello: L’arte bizantina è astratta, le figure sono immateriali.

Lei fa descrizioni appassionate di quadri importanti. Descrizioni che partono da un’emozione, dal cercare di capire perché quel quadro è passato alla storia. A cosa serve il suo libro?

Mario Dal Bello: Vogliono essere riflessioni che accompagnano gli appassionati a scoprire la bellezza. E la bellezza, essendo un trascendentale, una proprietà di Dio, aiuta a essere migliori.

Il primo pittore di cui lei parla è Duccio. Perché Duccio ha fatto così tanti quadri su Maria?

Mario Dal Bello: I pittori dipingevano su commissione. Siena era sotto la protezione di Maria. Quindi lui dipingeva per la devozione pubblica e privata. Le sue Madonne, rispetto a quelle dell’epoca, rivelano un senso di tenerezza, anche se i modelli sono bizantini. Lui ci aggiunge umanità e tenerezza nei rapporti col figlio, per questo piace molto.

E poi subito dopo c’è Giotto. Quali novità introduce?

Mario Dal Bello: Apre all’umanesimo. Dio è rappresentato secondo le raffigurazioni tradizionali, Onnipotente e Giudice. Nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni, nel Giudizio Universale, Gesù giudice è forte e nello stesso tempo dolce. È il divino che si incarna. E come nel racconto di San Matteo alla sua destra ci sono i buoni, e alla sinistra i cattivi. Il Giudizio Universale è rappresentato sempre così nell’iconografia occidentale e nei mosaici.

Michelangelo mette in basso i cattivi e in alto i buoni?

Mario Dal Bello: Anche Michelangelo nella Cappella Sistina - Giudizio Universale - mette alla destra i buoni che salgono, e alla sinistra i cattivi che scendono.

Masaccio come si pone come artista?

Mario Dal Bello: Continua il lavoro di Giotto. Nell’opera di Masaccio protagonista è l’uomo, che ha una grande dignità perché è figlio di Dio. Nella Cappella Brancacci a Firenze, l’uomo è grande anche nella sventura. Adamo e Eva cacciati dal Paradiso hanno forme fisiche forti: rimangono figli di Dio, pur nella colpa.

Il fiammingo Jan Van Dick, come avvicina gli uomini a Dio?

Mario Dal Bello: E’ un fiammingo, siamo nell’Europa cristiana del 1400. Nel suo polittico dell’Agnello Mistico a San Bovone a Gang, fa un riassunto della Storia biblica. Avvicina gli uomini a Dio raccontando la Bibbia. Rappresenta una grande processione di Papi, santi Martiri, beati, vescovi, imperatori, mercanti, pezzenti, gente comune dell’epoca, tutti ad adorare l’Agnello mistico.

Piero della Francesca parla di Dio?

Mario Dal Bello: Contempla il divino. Nella Madonna con il Bambino e i Santi (a Brera), incompiuto, la Madonna è sotto una grande nicchia. Tutti sono assorti. E’ una scena molto intima, interiorizzata. E’ la contemplazione dell’eterno.

Le Madonne di Leonardo cosa hanno di nuovo?

Mario Dal Bello: La Vergine delle rocce, che è l’immacolata concezione, è la Vergine in ginocchio, dietro una nicchia, rappresentata dalla natura, il creato, opera di Dio. C’è la presenza di Dio nella natura. La Vergine ha un atteggiamento misterioso: fa parte del mistero dell’incarnazione.

Raffaello è il pittore delle Madonne per eccellenza?

Mario Dal Bello: Nella tradizione figurativa cattolica sì. E’ il pittore degli affetti. Non ritrae una persona reale. Reale è l’amore che Maria ha per suo figlio. L’affetto materno che si vede subito, è immediato e popolare.

Michelangelo e il suo tempo?

Mario Dal Bello: Si è formato in pieno Rinascimento. Ha un’immagine idealizzata dell’uomo. E riprende le statue greche nei suoi nudi. La perfezione esteriore raffigura la perfezione dell’anima. Questo secondo Platone, molto di moda all’epoca. Nella Cappella Sistina è il pittore dell’antico Testamento della Genesi. Dio è l’onnipotente. Le forme sono gigantesche, forti. Dio è più grande dell’uomo e lo schiaccia. Michelangelo finisce la vita disegnando Pietà e crocifissioni e muore facendosi leggere la Passione di Cristo.

La religiosità di El Greco?

Mario Dal Bello: E’ un pittore mistico. Siamo nella Spagna di fine '500 inizio '600, di Santa Teresa D’Avila e di San Giovanni della Croce. E quindi nei suoi quadri si nota questa tendenza al misticismo, all’esperienza soprannaturale. Allunga le figure, i colori sono irreali. Coglie ciò che c’è nell’anima.

Velasquez esprime la stessa religiosità?

Mario Dal Bello: Va meno in profondità. E’ un grande illustratore di scene sacre. A Roma abbiamo il suo ritratto di Papa Innocenzo X, alla Galleria Doria Pamphilj.

Rembrandt, protestante, è un grande pittore della Bibbia?

Mario Dal Bello: E’ insieme a El Greco e Michelangelo intimamente religioso. Protestante, nutrito della Bibbia, a contatto con il mondo ebraico (a Amsterdam viveva nel quartiere ebraico), ha dipinto soprattutto storie dell’Antico testamento.

Tiziano?

Mario Dal Bello: Eclettico, alla corte del re di Spagna, dipinge soprattutto alla fine della vita crocifissioni e incoronazioni di spine.

A rappresentare il mondo moderno ha scelto Picasso. Questo perché ha dipinto un Cristo?

Mario Dal Bello: No, si può dipingere arte sacra senza avere fede. Rappresenta bene il XX secolo, l’uomo spezzato, in un incubo, senza Dio, e quindi distrutto.

E Rochtko che fa pittura astratta?

Mario Dal Bello: Non è cattolico, ma ricerca un Dio, ricerca l’assoluto. Anche questa sua volontà di creare una cappella per mettere i quadri e tutte le espressioni di fede fa parte del suo bisogno di infinito. Ricerca il senso dell’esistenza, soprattutto dopo la morte. Vuole un rapporto con un essere superiore.

“La pittura porta a Dio”
Ritratti d’autore di Mario Dal Bello
di Marialuisa Viglione



ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Mario Dal Bello, critico d’arte e di spettacolo, ha appena pubblicato un volume dal titolo Mario Dal Bello: Ritratti d‘autore. Figure della pittura europea da Duccio a RothkoMario Dal Bello: (Città nuova), che riunisce delle riflessioni sui più importanti pittori degli ultimi 800 anni.

ZENIT lo ha intervistato.

Cos’è l’ispirazione artistica?

Mario Dal Bello: Un dono di Dio.

Cos’è l’arte per lei?

Mario Dal Bello: Espressione della ricerca della bellezza che c’è in ogni uomo. Ricerca di eternità, immortalità. I più grandi capolavori parlano di Dio.

Come nasce questo libro?

Mario Dal Bello: Dall’amicizia di tutta una vita con questi artisti. Arrivo da Asolo in provincia di Treviso e da bambino conoscevo la pittura veneta, che mi ha fatto innamorare della bellezza: Tiziano, Giorgione, Bassano, Canova. Molti si convertono per un quadro. La pittura porta a Dio.

Il suo quadro preferito?

Mario Dal Bello: Uno dei quadri di El Greco a New York, la veduta di Toledo. Straordinario.

Come può parlare di Dio l’arte astratta? Dio è incarnazione.

Mario Dal Bello: L’arte bizantina è astratta, le figure sono immateriali.

Lei fa descrizioni appassionate di quadri importanti. Descrizioni che partono da un’emozione, dal cercare di capire perché quel quadro è passato alla storia. A cosa serve il suo libro?

Mario Dal Bello: Vogliono essere riflessioni che accompagnano gli appassionati a scoprire la bellezza. E la bellezza, essendo un trascendentale, una proprietà di Dio, aiuta a essere migliori.

Il primo pittore di cui lei parla è Duccio. Perché Duccio ha fatto così tanti quadri su Maria?

Mario Dal Bello: I pittori dipingevano su commissione. Siena era sotto la protezione di Maria. Quindi lui dipingeva per la devozione pubblica e privata. Le sue Madonne, rispetto a quelle dell’epoca, rivelano un senso di tenerezza, anche se i modelli sono bizantini. Lui ci aggiunge umanità e tenerezza nei rapporti col figlio, per questo piace molto.

E poi subito dopo c’è Giotto. Quali novità introduce?

Mario Dal Bello: Apre all’umanesimo. Dio è rappresentato secondo le raffigurazioni tradizionali, Onnipotente e Giudice. Nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni, nel Giudizio Universale, Gesù giudice è forte e nello stesso tempo dolce. È il divino che si incarna. E come nel racconto di San Matteo alla sua destra ci sono i buoni, e alla sinistra i cattivi. Il Giudizio Universale è rappresentato sempre così nell’iconografia occidentale e nei mosaici.

Michelangelo mette in basso i cattivi e in alto i buoni?

Mario Dal Bello: Anche Michelangelo nella Cappella Sistina - Giudizio Universale - mette alla destra i buoni che salgono, e alla sinistra i cattivi che scendono.

Masaccio come si pone come artista?

Mario Dal Bello: Continua il lavoro di Giotto. Nell’opera di Masaccio protagonista è l’uomo, che ha una grande dignità perché è figlio di Dio. Nella Cappella Brancacci a Firenze, l’uomo è grande anche nella sventura. Adamo e Eva cacciati dal Paradiso hanno forme fisiche forti: rimangono figli di Dio, pur nella colpa.

Il fiammingo Jan Van Dick, come avvicina gli uomini a Dio?

Mario Dal Bello: E’ un fiammingo, siamo nell’Europa cristiana del 1400. Nel suo polittico dell’Agnello Mistico a San Bovone a Gang, fa un riassunto della Storia biblica. Avvicina gli uomini a Dio raccontando la Bibbia. Rappresenta una grande processione di Papi, santi Martiri, beati, vescovi, imperatori, mercanti, pezzenti, gente comune dell’epoca, tutti ad adorare l’Agnello mistico.

Piero della Francesca parla di Dio?

Mario Dal Bello: Contempla il divino. Nella Madonna con il Bambino e i Santi (a Brera), incompiuto, la Madonna è sotto una grande nicchia. Tutti sono assorti. E’ una scena molto intima, interiorizzata. E’ la contemplazione dell’eterno.

Le Madonne di Leonardo cosa hanno di nuovo?

Mario Dal Bello: La Vergine delle rocce, che è l’immacolata concezione, è la Vergine in ginocchio, dietro una nicchia, rappresentata dalla natura, il creato, opera di Dio. C’è la presenza di Dio nella natura. La Vergine ha un atteggiamento misterioso: fa parte del mistero dell’incarnazione.

Raffaello è il pittore delle Madonne per eccellenza?

Mario Dal Bello: Nella tradizione figurativa cattolica sì. E’ il pittore degli affetti. Non ritrae una persona reale. Reale è l’amore che Maria ha per suo figlio. L’affetto materno che si vede subito, è immediato e popolare.

Michelangelo e il suo tempo?

Mario Dal Bello: Si è formato in pieno Rinascimento. Ha un’immagine idealizzata dell’uomo. E riprende le statue greche nei suoi nudi. La perfezione esteriore raffigura la perfezione dell’anima. Questo secondo Platone, molto di moda all’epoca. Nella Cappella Sistina è il pittore dell’antico Testamento della Genesi. Dio è l’onnipotente. Le forme sono gigantesche, forti. Dio è più grande dell’uomo e lo schiaccia. Michelangelo finisce la vita disegnando Pietà e crocifissioni e muore facendosi leggere la Passione di Cristo.

La religiosità di El Greco?

Mario Dal Bello: E’ un pittore mistico. Siamo nella Spagna di fine '500 inizio '600, di Santa Teresa D’Avila e di San Giovanni della Croce. E quindi nei suoi quadri si nota questa tendenza al misticismo, all’esperienza soprannaturale. Allunga le figure, i colori sono irreali. Coglie ciò che c’è nell’anima.

Velasquez esprime la stessa religiosità?

Mario Dal Bello: Va meno in profondità. E’ un grande illustratore di scene sacre. A Roma abbiamo il suo ritratto di Papa Innocenzo X, alla Galleria Doria Pamphilj.

Rembrandt, protestante, è un grande pittore della Bibbia?

Mario Dal Bello: E’ insieme a El Greco e Michelangelo intimamente religioso. Protestante, nutrito della Bibbia, a contatto con il mondo ebraico (a Amsterdam viveva nel quartiere ebraico), ha dipinto soprattutto storie dell’Antico testamento.

Tiziano?

Mario Dal Bello: Eclettico, alla corte del re di Spagna, dipinge soprattutto alla fine della vita crocifissioni e incoronazioni di spine.

A rappresentare il mondo moderno ha scelto Picasso. Questo perché ha dipinto un Cristo?

Mario Dal Bello: No, si può dipingere arte sacra senza avere fede. Rappresenta bene il XX secolo, l’uomo spezzato, in un incubo, senza Dio, e quindi distrutto.

E Rochtko che fa pittura astratta?

Mario Dal Bello: Non è cattolico, ma ricerca un Dio, ricerca l’assoluto. Anche questa sua volontà di creare una cappella per mettere i quadri e tutte le espressioni di fede fa parte del suo bisogno di infinito. Ricerca il senso dell’esistenza, soprattutto dopo la morte. Vuole un rapporto con un essere superiore.