giovedì 7 febbraio 2013

I laghetti di Milano

Laghetto di San Marco, Milano 1930 - dal sito Vecchia Milano

Nonostante sia posta nel mezzo di tanti corsi d'acqua, Milano, la romana Mediolanum, gode, e ancor più lo godeva nell'antichità, di estati relativamente torride. Lo seppero bene i primi cristiani milanesi, che, dove ora c'è il Duomo, edificarono due chiese, una per le funzioni invernali, l'altra per quelle estive. E lo constatò ancor più la Regina Teodolinda, quando convinse il marito a trasferire a Monza la capitale estiva del Regno Longobardo.

Secoli dopo nacque l'idea di portare a Milano acqua fresca dal Ticino, soprattutto per scopi irrigui. Nacquero così i primi canali, che nel corso del tempo furono resi navigabili, a cominciare dal Naviglio Grande. Questo terminava la sua corsa nel Laghetto di Sant'Eustorgio (ora Darsena). In seguito vennero costruiti i canali interni alla città, divenuti a loro volta canali navigabili: i Navigli Interni. Sul suo tragitto verrà in seguito creato il Laghetto di Santo Stefano, utilizzato principalmente come scalo merci per i barconi provenienti dal Lago Maggiore, che trasportavano sabbia, marmo e gran parte del materiale necessario per la costruzione del Duomo di Milano.

Nel 1288, Bonvesin de la Riva, dotto frate degli Umiliati, così ebbe a scrivere della Milano del suo tempo:
 
"Un fossato di sorprendente bellezza e larghezza" circonda questa città da ogni parte, e contiene non una palude o uno stagno putrido, ma l'acqua viva delle fonti, popolata di pesci e di gamberi. Esso corre tra un terrapieno all'interno e un mirabile muro all'esterno, il cui circuito, misurato con estrema accuratezza, è risultato corrispondere a diecimilacentoquarantuno cubiti. La larghezza del fossato, lungo l'intero circuito intorno alla città, è di trentotto cubiti. Al di là del muro del fossato vi sono abitazioni suburbane tanto numerose che basterebbero da sole a formare una città".

Collegio Elvetico, nei pressi del laghetto di Santo Stefano. Veduta Settecentesca di Milano, di Marc'Antonio Dal Re.

Il  Laghetto di Santo Stefano non esiste più, come pure non esiste più il Laghetto di  San Marco(foto in alto). Questi, il più longevo, è esistito a Milano, nell'omonima via, fino al 1930, quando venne interrato. Era stato pensato in epoca viscontea, per risolvere i problemi creati  dagli allagamenti: al perdurare di forti acquazzoni i navigli interni si gonfiavano, straripavano, lasciando nel fango la città. A quell'epoca la zona di via San Marco, confinante a nord del Naviglio Interno, era un terreno totalmente agricolo, dislocato fuori dalla cerchia dei Navigli, che all'epoca delimitavano il centro abitato dalla zona agricola. Quel terreno si prestava quindi assai bene per crearvi quella che oggi chiameremmo cassa di espansione. Per quel precipuo scopo era nato il laghetto, un ruolo che ha svolto egregiamente per almeno cinque secoli. Dal 1876, e per molti decenni, ebbe anche funzione di scalo per i barconi che tasportavano le bobine di carta alla tipografia del Corriere della Sera, (l'edificio, tuttora esistente, è quello che si vede di fronte, in primo piano, nella foto in alto).  Quella  sotto è invece la foto di uno di quei barconi mentre entra in via Fatebenefratelli, e raggiungerà il laghetto di San Marco per le operazioni di scarico (da Wikipedia) .


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1920 - E' come se si aprisse un mare. "Lavori in corso per la nuova Darsena di Milano con ingresso dalla conca di Viarenna. Gli antichi bastioni spagnoli sono stati completamente abbattuti" (da Wikipedia).

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Teodolinda Regina dei Longobardi 
- Il Mulino del Po

Bibliografia:
- http://www.cuoredimilano.org/ita.html: nelle foto dalla n. 2 alla n. 9  via San Marco, laghetto di San Marco e via Fatebenefratelli, prima dell'interramento (1930 - 1950 circa).  

Dal Diario del 18 giugno 2012

mercoledì 30 gennaio 2013

Sofonisba Anguissola la signora dei ritratti

Anton Van Dyck, giovane ma emergente talento della pittura fiamminga, arrivato a Palermo su invito del vicerè, chiede udienza a una pittrice ultranovantenne dalla fama leggendaria, Sofonisba Anguissola.

E' l'introduzione del libro di Daniela Pizzagalli: La signora della pittura.

Ai tempi di Sofonisba (1532 - 1625) spostarsi era disagevole, oltre che molto pericoloso: il mar Tirreno, che lei ebbe a solcare più volte per recarsi in Spagna, per poi trasferirsi a Palermo, quindi a Pisa e a Genova, era infestato da pirati e saraceni. Ma di lei, pittrice ritrattista tra le più acclamate del tempo, che ha lasciato tracce di vita in quelle località, oggi se n'è quasi persa la memoria. Come si vedrà, era in grado di rivaleggiare alla pari con i più celebrati ritrattisti delle corti reali.
Era nata a Cremona, seconda città del Ducato di Milano per ricchezza e popolazione, e anche lì, come nel resto della Penisola, era in pieno fervore lo spirito rinnovatore del Rinascimento. Suo padre, il nobile decaduto Amilcare Anguissola, faceva parte della corporazione dei fabbricieri del Duomo e del complesso abbaziale della Chiesa di San Sigismondo, la quale aveva preso il posto della preesistente Cappella nella quale furono celebrate le nozze tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza nel 1441 (vedi post Bianca Maria Visconti). All'epoca della prima adolescenza di Sofonisba, nel 1545, oltre 60 pittori erano costantemente all'opera per affrescare gli interni della Chiesa, e suo padre la portava quasi sempre con se nei suoi giri d'ispezionamento dei lavori. E fu così che, intrattenendosi a parlare di arte con loro, Sofonisba acquisì la passione per la pittura, apprendendone i primi rudimenti. Manifestata la sua passione, il padre la mandò così a scuola di pittura presso l'abitazione laboratorio di Bernardino Campi (nella foto qui a lato, assieme alla giovane Sofonisba, ritratti dalla stessa, quindi autoritratto nel ritratto). La sua consacrazione a celebrità avvenne in seguito ad una visita di Giorgio Vasari a casa Anguissola, che rimase stupefatto dalla perfezione di un quadro della ragazza: un affettuoso ritratto di famiglia (foto sotto), con al centro il padre e di lato Minerva, una delle sue cinque sorelle, e il fratello Asdrubale, il più piccolo dei sette. Alla sua consacrazione di eccellente ritrattista ha contribuito anche l'inventiva promozionale del padre. Per tale scopo mandò anche a Michelangelo un plico di disegni fatti dalla figlia, affinchè li esaminasse e desse una sua autorevole opinione: ne fu ben impressionato al punto che uno di quei disegni finì anni dopo nelle mani di uno dei soggetti di quei disegni: Cosimo I de' Medici.
Diventata celebre, Amilcare Anguissola allargò gli orizzonti della sua "iniziativa" promozionale, finchè vennero a conoscenza di sua figlia alla Corte Spagnola, e la richiesero per insegnare pittura alla giovane moglie di Filippo II, che aveva espresso il desiderio d'imparare a disegnare e dipingere. Filippo II, prossimo alle terze nozze, era subentrato al padre Carlo V, che aveva abdicato per passare il resto dei suoi giorni chiuso in un monastero. Dalla prima moglie, Maria di Portogallo, aveva avuto un figlio, Carlo, candidato per essere il futuro re di Spagna, ciò che invece non si realizzò.

Sofonisba partì da Cremona forse alla fine dell'inverno del 1558-59, quando a Milano si stava festeggiando un grandioso carnevale, ampiamente acclamato dalle cronache del tempo, voluto dal nuovo governatore spagnolo per celebrare la sua fresca nomina. L'Anguissola forse non immaginava che nella sua città natia non vi avrebbe più fatto ritorno. Fece così tappa nella città dei Navigli, ospite del governatore duca di Sessa. Il Palazzo ducale sorgeva a fianco del Duomo, nel cuore pulsante della città. Entrando nella quale, sicuramente da Porta Romana, si sarà stupita alla vista della maestose Mura Spagnole, la più grande opera civile realizzata in Europa nel XVI secolo, alla quale stavano dando i ritocchi finali. Nella capitale del Ducato si fermò poco, forse per qualche mese, e nel periodo più esaltante della fase conclusiva del Rinascimento milanese.

L'aspetto complessivo di Milano si era consolidato nelle sue connotazioni attuali fin da quando, nel 1546, fu nominato governatore Ferrante Gonzaga, figlio di Isabella d'Este, la gentildonna più celebre del Rinascimento.
Nei 18 anni della sua permanenza a Milano, 1482-1500, Leonardo da Vinci aveva lasciato impronte idelebili del suo passaggio in capolavori artistici e in somme opere di ingegneria civile e militare. Abbozzi, disegni, progetti di esse si trovano nelle TAVOLE DI LEONARDO DA VINCI che Francesco Melzi aveva ereditato in Francia da Leonardo, e riportate in Italia, a Milano. A quelle tavole fu molto interessata anche Sofonisba "che proprio dai disegni leonardeschi teorizzò quel naturalismo, quella registrazione degli aspetti più quotidiani della realtà, così vicini all'estetica dell'Anguissola" che si riscontrano nelle sue opere. Una conferma della sua capacità di riprodurre nei quadri l'introspezione psicologica cui sottoponeva i personaggi dei suoi ritratti, la vedremo due anni dopo, quando, nel 1561, Sofonisba farà dono a Papa Pio IV di un suo quadro, ricevendone entusiastici complimenti. Il papa milanese, fratello di Gian Giacomo De Medici, detto Il Medeghino e zio di San Carlo Borromeo, era salito al soglio pontificio nel 1559, anno della sua permanenza nella capitale del Ducato, e , sempre in quell'anno, Carlo Borromeo era diventato arcivescovo di Milano. Quando ciò avveniva, Sofonisba era già in Spagna: era il dicembre del 1559. Imbarcatasi a Genova, o forse a Savona, dopo 8 giorni di navigazione Sofonisba e il suo seguito giunsero nel porto di Barcellona; da lì presero la strada alla volta dell'interno della Spagna. Madrid, scelta in quegli anni a capitale del regno da Filippo II, in alternativa alla più blasonata Toledo, non era ancora pronta per accogliere la nuova Regina che sarebbe arrivata da lì a poco da Parigi, col suo numeroso seguito. Sarebbe stata nel frattempo accolta a Guadalajara, dove si diresse anche il gruppetto di Sofonisba.
La nuova regina, Isabella (foto), o Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II di Francia, e Caterina de Medici, in un primo tempo era stata designata quale moglie per Carlo, suo coetaneo e figlio di Filippo II, avuto dalla prima moglie, Maria di Portogallo. Secondo quel progetto iniziale Filippo II avrebbe quindi dovuto diventare suocero e non marito di Isabella, ma quel piano era totalmente svanito quando Carlo aveva dato chiari segni di squilibrio. E quando re Filippo rimase vedovo per la seconda volta, decise di sposare lui la giovane Isabella (che alla partenza da Parigi aveva solo 13 anni), per questioni politiche e per assicurarsi una prole più sana. Carlo per non diventare di pericolo a qualcuno, fu poi rinchiuso in una prigione da suo padre, nella quale il giovane si lasciò morire d'inedia.

(segue)
Il dramma di Carlo, Isabella e Filippo è ben descritto nell'opera di Verdi, Don Carlo.
Qui la prima parte dell'opera, col tenore Salvatore Licitra nella parte di Carlo, nella rappresentazione del 25 ottobre 2010 presso la Los Angeles Opera. Ma l'aria più bella, secondo i miei gusti, è "Ella giammai m'amò", nella quale re Filippo II confesserà di non essere mai stato amato da Isabella. L'aria qui riproposta è interpretata dal basso Ferruccio Furlanetto, lo stesso che ha cantato a Los Angeles in coppia con Licitra, ma nella versione scaligera del 7 dicembre 2008.

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Naviglio, cuore di Milano (nella foto n.14 si può vedere com'era il ponte di Porta Romana)
Bibliografia: La Signora della Pittura, di Daniela Pizzagalli -Rizzoli

Dal Diario del 22 marzo 2011

domenica 27 gennaio 2013

Veronica Gàmbara


Nota introduttiva

Data la complessità dell'argomento, per questione di brevità ho dovuto operare parecchi tagli; l'alternativa sarebbe invece stata quella di pubblicare il post in almeno tre volte. Ho così appena accennato ad argomenti basilari per la comprensione della trattazione; ad esempio, come alle amicizie con Pietro Bembo, Vittoria Colonna, Bernardo Tasso, Isabella d'Este; o gl'incontri folgoranti con lo statuario Francesco I, e il carismatico Carlo V, o la corrispondenza intrattenuta con i vari pontefici dell'epoca. Dell'incontro con Ludovico Ariosto ne ho accennato in questo post. Trascuro addirittura degli scambi punzecchianti avuti con Pietro Aretino; punzecchiato e domato a sua volta dalla Gàmbara. Del ciclo conclusivo della Poetessa, quello della religione, e dell'abbandonarsi alla fede cattolica, pubblico soltanto una poesia in conclusione di post: data l'abbondanza e complessità di avvenimenti storici di quel periodo, è mia intenzione tornare sull'argomento.
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In un tempo in cui il poetare era prerogativa solo maschile, e riservata ai nobili, la contessa di Correggio e la marchesa di Pescara, in quanto donne, furono due notevoli eccezioni. Quasi coetanee, Veronica Gàmbara era nata nel 1485, Vittoria Colonna nel 1490, ebbero del matrimonio esperienze totalmente diverse, i cui sentimenti riversarono fulgidamente in poesia: per la contessa un'esperienza esaltante e felice, per la marchesa travagliata e tormentosa.

La Gàmbara, cresciuta in un ambiente stimolante per un letterato, cominciò a comporre versi fin da bambina, arte che poi, crescendo, le tornò anche utile.

In età matura, facendo leva sui versi e su lettere dall'impostazione poetica, ha cercato, per mezzo di essa, di dirimere anche dissidi esterni al regno, che si trovò a dover governare. Anche se lei non scrisse mai con l'intenzione di vedersi poi pubblicare le proprie lettere private, gli altri, secondo una prassi comune del tempo, corrispondevano in maniera pomposa e ricercata, col preciso scopo che poi la loro corrispondenza privata sarebbe diventata oggetto di stampa. Appena ebbe le redini di Correggio, nel mentre sulle acque del Lario, a Musso, in Brianza e in tutto il Milanese si svolgevano le vicende anche sanguinarie legate al Medeghino, qui raccontate, e la Romagna era appena stata scossa dalle imperiose gesta del Valentino, nel piccolo regno di Correggio, posto nel mezzo dei due, la contessa Gàmbara governava la piccola contea in maniera totalmente diversa che non a quei due, con blando uso di armi, o forza. Infatti, durante i 32 anni di suo governo, nella contea fu registrata una sola condanna capitale, e si ricorda di un ricorso alla forza ed alle armi nel 1526 quando, per difendersi dall'aggressione di ottocento fanti, comandati da Fabrizio Maramaldo, fu necessario mobilitare tutti i cittadini, invitandoli ad imbracciare le armi. Gli ottocento fanti furono poi cacciati, ma lasciarono comunque dietro di se morte, fame, desolazione e pestilenza.

Veronica Gàmbara era di indole pigra, le piaceva la buona tavola, ed era pingue di corporatura; sarà stato anche per questo che aveva avuto una certa difficoltà a maritarsi, tanto che dovette intervenire sua madre, che chiese aiuto in tal senso alla propria famiglia d'origine, i Pio di Carpi. E sarà stato forse anche per la sua pinguedine che di lei non c'è alcun ritratto, nonostante Antonio Allegri, detto il Correggio, fosse il pittore ufficiale di casa Gàmbara. Aveva ventiquattro anni, e fu un gran sollievo per i suoi, quando si celebrarono le nozze, dapprima per procura, col quasi cinquantenne Giberto X da Correggio. Questi era anche il
vedovo di Violante dei Pico della Mirandola, dalla quale aveva avuto due figlie e, come detto, era anche imparentato con la sposa per parte della madre di lei, Alda dei Pio di Carpi. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, per via della forte differenza d'età, per Veronica fu la svolta della vita, e la felicità, anche se di breve durata; rimase infatti vedova dopo nemmeno dieci anni di matrimonio. Ciò non di meno il loro fu un matrimonio stabile e reso felice dalla nascita di due figli, che sarebbero potuti diventare di più, se un intervento chirurgico, resosi necessario per salvarle la vita, la privò del piacere di diventare madre ancora. Al contrario dell'amica Vittoria Colonna, infelice per quel marito giovane e forte, ma sempre in giro per il mondo in cerca di battaglie e di femmine, il marito di Veronica, ormai non più giovane nè forte, aveva deposto le armi ed aveva dedicato alla moglie ed alla prole il resto dei suoi anni. Il matrimonio per procura, senza che i due non si erano forse mai visti prima, era avvenuto il 6 ottobre 1518, una ricorrenza che la poetessa ricorderà sempre, anche e soprattutto nei 32 anni di vedovanza. Veronica era rimasta abbagliata dal di lui aspetto al primo vederlo, tanto che in seguito scrisse "di bellezza adone / cede al suo paragone". Dello stesso tenore di questi versi è il seguente struggente brano, che, presumibilmente, compose nel periodo dell'avvenuto matrimonio per procura, quando forse non si erano ancora visti.

Poscia che 'l mio destin fermo e fatale
Vuol pur ch'io v'ami e che per voi sospiri,
Quella pietà nel petto Amor v'ispiri
Che conviene al mio duol grave e mortale

E faccia che 'l voler vostro sia eguale
A gli amorosi ardenti miei desiri;
Poi cresca quanto vuol doglia e martìri
Che più d'ogn'altro ben dolce sia 'l male.

E se tal grazia impetro, almo mio sole,
Nessun più lieto e glorioso stato
Diede amor o Fortuna al mondo mai.

E quanti per addietro affanni e guai
Patito ha il cor, ond'ei si dolse e duole,
Chiamerà dolci, e lui sempre beato.

Nella primavera del 1509, gli sposi sono a Napoli, dove, nella Cattedrale di Amalfi, celebreranno il rito nuziale religioso. In occasione di quel viaggio Veronica ebbe modo di rivedere l'amico Bernardo Tasso, futuro padre del celebre Torquato, conosciuto quand'egli era a Ferrara, al servizio degli Estensi. Con lui, da giovani, c'era stato un fitto scambio di missive in gergo e in versi poetici. Per ragioni di lavoro, come diremmo oggi, Bernardo s'era trasferito a Salerno.
Come il Tasso, anche Pietro Bembo che era, e che sarà ancora, dopo la vedovanza, il mentore prediletto di Veronica, negli anni del felice matrimonio verrà messo un pò in disparte.

In quel periodo storico era di moda motteggiare ad imitazione del Petrarca, ma farlo non era da tutti, e soprattutto era prerogativa esclusivamente maschile: alle donne era riservato l'accudimento familiare. Veronica Gàmbara e Vittoria Colonna ruppero però quel tabù.
Nel 1509 Veronica aveva lasciato il paese natale nel bresciano alla volta dell'Emilia. Si era sposata per procura nell'ottobre precedente con il conte Giberto X, signore del piccolo regno di Correggio .

Di quel periodo sono state ritrovate solo poesie dedicate al marito, e di questo genere: "le parole / Dolci ad udir del suo bel foco ardente".
Pare anche che nel frattempo si fosse dimenticata perfino degli amici più cari, del Bembo, in particolare. Il 26 agosto 1518 conte Giberto moriva e Veronica, facile supporre al culmine della disperazione, scriverà:
Quel nodo in cui la mia beata sorte,
Per ordine del ciel, legommi e strinse,
Con grave mio dolor sciolse e discinse
Quella crudel che 'l mondo chiama morte.

E fu l'affanno sì gravoso e forte,
Che tutti i miei piaceri a un tratto estinse;
E se non che ragione alfin pur vinse,
Fatto avrei mie giornate e brevi e corte.

Ma tema sol di non andare in parte
Troppo lontana a quella ove il bel viso
Risplende sovra ogni lucente stella,

Mitigato ha il dolor, che ingegno od arte
Far nol potea, sperando in paradiso
L'alma vedere oltra le belle bella.

Restò così vedova all'età di 33 anni, non si risposò più, e mantenne il lutto totale per il resto della vita. Del suo corpo faceva vedere solo il viso. Fece perfin dipingere di nero la carrozza, facendola trainare solo da cavalli neri o morelli; anche la stanza e il letto fece addobbare di nero listato per sempre a lutto. Nei primi tempi di vedovanza, è probabile avesse anche meditato al suicidio, ma forse fu il pensiero dei due figli ancora in tenera età a distoglierla dalla turpe idea. E fu così che aspettando la loro maggiore età, prese in mano le redini del piccolo regno, assolvendo al compito con inusuale determinazione e maestria, per una donna di quei tempi. Le vicissitudini della vita, portarono poi i figli ad occuparsi di tutt'altro, diventando il maggiore un condottiero, e il minore un cardinale. Toccò così a Veronica di governare il Regno per gli oltre trent'anni in cui visse. E fu così che gli anni dal 1519 al 1532 li dedicò gran parte alla politica, ed estera in particolare. Scriveva in prosa, o motteggiando, a Francesco I e a Carlo V. Di Francesco I ammirava l'aspetto statuario, di Carlo V invece il grande carisma. L'ammirazione reciproca tra la contessa di Correggio e l'Imperatore fu tale che questi, nelle sue tre venute a Bologna, per ben due volte volle passare da Correggio, ospitato con tutti gli onori dai cittadini e da casa Gàmbara.

Componeva motti e sonetti e lettere per tutti; molte andate perse, ma parecchie ci sono pervenute, fornendoci tra l'altro preziose testimonianze sulle abitudini e modi di vivere del tempo, e una ricca testimonianza sull'evoluzione della nostra lingua che andava pian piano sganciandosi dal latino negli scritti di ufficialità. La grande stima e soggezione che aveva per Carlo V la trasferì in un sonetto che compose nel 1526, all'indomani della pace di Madrid siglata tra i due re. Con quel trattato di pace, Veronica si era illusa che, finalmente, si sarebbe giunti alla pace universale tanto agognata da tutti. Questo il sonetto:

Vincere i cor più saggi e i Re più alteri,
Legar con l'arme e scioglier con la pace,
Dargli e tor libertà quando a voi piace,
Esser dolce agli umili, acerbo ai fieri;

Che pajan falsi appo de' vostri veri
Gli onori altrui; che di virtù la face
Viva si accesa in voi, che ancor vi spiace
De l'error l'ombra e del vizio i pensieri;

Nasce, Signor, da unir la salda mente
Con l'eterno voler; far poca stima,
Che ceda al suo valor l'empia fortuna.

Onde sarà la gloria vostra prima
In terra, e l'alma il ciel sovra ciascuna,
Quella d'onor, questa d'amore ardente.

Nel luglio del 1532, tornando Verola in possesso della sua famiglia d'origine, fece un viaggio di ritorno al paese natio. Vi mancava da più di vent'anni e l'impressione unita a commozione fu tale, che compose la seguente poesia in suo onore, di chiara intonazione petrarchesca:

Con quel caldo desio che nascer suole
Nel petto di chi torna, amando, assente
Gli occhi vaghi a vedere, e le parole
Dolci ad udir del suo bel foco ardente,
Con quel, proprio voi, piagge al mondo sole,
Fresc'acque, ameni colli, e te, possente
Più d'altra ch'l sol miri andando intorno,
Bella e lieta cittade, a veder torno.

Salve, mia cara Patria, e tu, felice,
Tanto amato dal ciel, ricco paese,
Che a guisa di leggiadra alma fenice,
Mostri l'alto valor chiaro e palese;
Natura, a te sol madre e pia nutrice,
Ha fatto a gli altri mille gravi offese,
Spogliandoli di quanto avean di buono
Per farne a te cortese e largo dono.
In "Fresc'acque, ameni colli" si scorge chiaramente l'influsso del Chiare, fresche et dolci acque.
Da lì in poi, e quindi dal 1532 al 1540, si dedicherà alla poesia impegnata, quasi aborrendo i frivoli versi scritti nell'età giovanile. Nel sonetto che segue descrive infatti tutto il rammarico e disappunto per essersi persa in gioventù in quelle "sciocche rime". Ed è chiaro il riferimento a quando scriveva mottetti per il buffone Baron, di corte Gonzaga, o le canzonette per Isabella d'Este in Gonzaga, che da giovane si dilettava in canzonette, e prediligeva i versi composti da Veronica. Insomma, da quel 1532 la Poesia per Veronica Gàmbara è diventata una cosa molto seria, e scriverà, tra le sue innumerevoli composizioni:

Mentre da vaghi e giovenil pensieri
Fui nodrita, or temendo, ora sperando,
Piangendo or trista, ed or lieta cantando,
Da desir combattuta or falsi, or veri,
Con accenti sfogai pietosi, e seri I concetti del cor, che spesso amando
Il suo male assai più che 'l ben cercando,
Consumava dogliosa i giorni interi.

Or che d'altri pensieri, e d'altre voglie
Pasco la mente, a le già care rime
Ho posto, ed a lo stil, silenzio eterno.

E se allor vaneggiando, a quelle prime
Sciocchezze intesi, ora il pentirmi toglie
Palesando la colpa, il duolo interno.

Nella parte conclusiva della sua vita (1540-1550) c'è da rilevare l'abbandonarsi di Veronica alla religione. Questo è quel periodo, accennato all'introduzione, sul quale torneremo. Qui trascrivo solamente un suo significativo sonetto:
Ite, pensier fallaci, e vana speme,
Ciechi ingordi desiri, accese voglie;
Ite, sospiri ardenti, acerbe doglie,
Compagni sempre a le mie eterne pene;

Ite, memorie dolci, aspre catene
Al cor che pur da voi or si discioglie,
E 'l fren de la ragion tutto raccoglie,
Smarrito un tempo, e 'n libertà ne viene.

E tu, povr'alma in tanti affanni involta,
Slegati omai, e al tuo Signor divino
Leggiadramente i tuoi pensier rivolta;

Sforza animosamente il fier destino,
E i lacci rompi; e poi leggiera e sciolta
Rivolgi i passi a un più sicur cammino.
Nonostante, come detto, Il Correggio sia stato il pittore ufficiale di corte Gàmbara, pare non vi sia di Veronica alcun ritratto. Si ha soltanto notizia certa di un quadro da lei commissionato all'Allegri, che doveva rappresentare una Maddalena nel deserto; ma esso è andato disperso.
Bibliografia: La Signora della Poesia, di Daniela Pizzagalli, Editore Rizzoli, 2004.
Immagini - dall'alto: Ritratto di dama; Correggio (1517-1518), da Wikipedia
Francesco I di Francia - 1525 circa - da Wikipedia
Carlo V - da Wikipedia
Ulteriori fonti d'informazione: Cristinacampo.it

Cliccando qui, si accede alle Rime di Veronica Gambara, tramite il sito Letteratura Italiana.

Dal Diario del 15 novembre 2010

lunedì 18 ottobre 2010

Pennellata d'autore


Da Piccolo Mondo Antico - Parte seconda, capitolo II (*)

La sonata del chiaro di luna e delle nuvole

Il sole calava dietro al ciglio del monte Brè e l'ombra oscurava rapidamente la costa precipitosa e le case di Oria, imprimeva, violacea e cupa, il profilo del monte sul verde luminoso delle onde che correvano oblique a ponente, grandi ancora ma senza spuma, nella breva stanca. Casa Ribera si era oscurata l'ultima. Addossata ai ripidi vigneti della montagna, sparsi d'ulivi essa cavalca la viottola che costeggia il lago, e pianta nell'onda viva una fronte modesta, fiancheggiata a ponente, verso il villaggio, da un giardinetto pensile a due ripiani, a levante, verso la chiesa, da una piccola terrazza gittata su pilastri che inquadrano un pezzo di sagrato. Entra in quella fronte una piccola darsena dove allora si dondolava, fra lo schiamazzar delle onde, il battello di Franco e Luisa. Sopra l'arco della darsena una galleria sottile lega il giardinetto pensile di ponente alla terrazza di levante e guarda il lago per tre finestre. La chiamavan loggia, forse perchè lo era stata in antico. La vecchia casa portava incrostati qua e là parecchi di questi venerandi nomi fossili che vivevano per la tradizione e figuravano, nella loro apparente assurdità, i misteri nella religione delle mura domestiche. Dietro alla loggia vi ha una sala spaziosa e dietro alla sala due stanze: a ponente il salottino da pranzo tappezzato di piccoli uomini illustri di carta, ciascuno sotto il proprio vetro e dentro la propria cornice, ciascuno atteggiato dignitosamente a modo degl'illustri di carne e d'ossa, come se i colleghi nemmanco esistessero e il mondo non guardasse che a lui; a levante la camera dell'alcova dove accanto agli sposi dormiva nel proprio letticciuolo la signorina Maria Maironi nata nell'agosto del 1852.

...
(*) Arnoldo Mondadori Editore
Foto: FAI Fondo Ambiente Italiano - Proprietari di Villa Fogazzaro (in primo piano) in Oria Valsolda, Como, con accesso diretto al lago.

lunedì 4 ottobre 2010

Villa Fogazzaro Roi, un patrimonio da salvare

Pubblichiamo questo breve post dal blog di Marshall, che è la risposta dell'autore ad un post di Hesperia sul Giardino delle Esperidi. Si è poi scoperto che la Villa fa parte di uno dei quattro beni da salvare, di proprietà del FAI Fondo Ambiente Italia. Le donazioni al FAI vanno fatte entro il 31 ottobre.

Oggi il Tg5 ha parlato di questa villa ubicata ad Oria in Valsolda, sul lago di Lugano, facente parte del patrimonio del FAI Fondo Ambiente Italia, al quale è stata donata tempo addietro dall'erede di Antonio Fogazzaro, il pronipote marchese Giuseppe Roi, scomparso lo scorso anno. Questo post è anche la risposta indiretta al titolo/domanda del post di Hesperia, pubblicato sul Giardino delle Esperidi, la quale si chiede: che cos'è la letteratura?.
Fino a ieri per me sarebbe stato fin troppo facile (e retorico) rispondere che la letteratura è Manzoni; oggi invece con altrettanto entusiasmo risponderei che la letteratura è Fogazzaro; domani chi lo sà cosa risponderei? Ho ripreso in mano da poco la lettura del suo capolavoro: Piccolo Mondo Antico. L'ho preso in mano da quando mi è nata quella sorta di innamoramento per il lago di Como e di quella sua specie di allungamento (così almeno si potrebbe intendere consultando le carte geografiche) che è il lago di Lugano. La sua sponda orientale, da Valsolda a Porlezza, è rimasta incredibilmente italiana, e credo lo resterà per sempre, nonostante forze centrifughe potrebbero far scaturire il tentativo di farla staccare dall'Italia, magari con le fin troppo facili lusinghe che una sua associazione alla Confederazione Elvetica renderebbe loro la vita più semplice. Ma tante sono le vicende storiche che legano imperituramente quella parte del lago di Lugano a Milano, e quindi all'Italia. Ma questo sarà il tema che cercherò di sviluppare in un prossimo post.
Concludendo, personalmente leggo molto più volentieri romanzi che oltre ad avere una trama plausibile, mi facciano anche conoscere luoghi reali, ma a me sconosciuti. E in questo vedo che Fogazzaro è stato un maestro, alla pari del Manzoni. E andando a tempi più recenti, altrettanto bravi nel descrivere luoghi e località, siti e ambienti sono stati Bassani, Bacchelli, Pontiggia; e chi più ne sa, più ne metta.
Concludendo ancora, forse avrei posto la domanda in altri termini: quale funzione deve avere la letteratura, oltre a quella di svagare? Risposta semplice, quanto lapalissiana: quella d'insegnare.

La foto proviene dal sito istituzionale del FAI

sabato 2 ottobre 2010

Madonna del Castagno, Muggiò

postato da Marshall
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Muggiò, ridente cittadina brianzola, alle porte occidentali di Monza, oggi è quasi totalmente invasa dal cemento, con esclusione di sprazzi di verde ai confini coi comuni confinanti di Nova Milanese, Cinisello Balsamo, Desio, Lissone, Monza. Anche il cuore cittadino è un polmone verde, occupato com'è dal mirabile parco pubblico con collinetta interna, fiancheggiato dalla stupenda Villa Casati Stampa, ora monumento nazionale, acquisita e ristrutturata decenni or sono dal Comune di Muggiò che vi ha insediato i propri uffici.
Il territorio di Muggiò nel passato dev'essere stato assai ricco di castagni. Vi è infatti un Santuario dedicato alla Madonna del Castagno, le cui origini risalgono ad un'epoca remota, al XVI secolo, ai tempi della controriforma. Vi è avvenuto un evento straordinario, sul cui luogo il popolo eresse una cappella votiva. Nel '700, il conte Giuseppe Bolagnos, trasformò la cappella nell'attuale chiesetta, dedicandola alla Beata Vergine Addolorata. Il bel viale pedonale d'accesso, che corre in parallelo a via Libertà, un tempo era chiamato viale Rimembranze, ed è stato rinominato Viale del Castano, forse in virtù dei bei castani che rigogliosi fiancheggiano il vialetto (il tutto è visibile attraverso Google Maps View). Esso infatti corre in mezzo a due filari di enormi castagni monumentali, fiancheggiando la strada intercomunale che collega Muggiò a Desio. Provenendo da Desio, la strada termina in prossimità del trafficato incrocio semaforizzato con via Italia. In conseguenza di ciò, nelle ore di punta, quella zona cittadina sarebbe impregnata dei gas di scarico delle automobili, se non ci fossero quegli alberi a mitigarne il nefasto effetto. Ai piedi dei castani sono stati posti recentemente cippi in pietra con targhe nominali riportanti i nomi di 61 muggioresi morti durante la guerra del '15-'18. Al termine del vialetto (vedi foto) vi è situata la chiesetta.

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Foto di Lido Pierucci, da Panoramio

domenica 26 settembre 2010

Alla riscoperta di Guareschi


Nota introduttiva
Conobbi tempo fa l'amministratore di questo blog. Avvenne in una certa occasione, al termine della quale ci ritrovammo a conversare di Guareschi, del suo travaglio ed epopea umana, discorrendo alfine delle sue opere, e di Candido in particolare. Da quel momento, da quella comunanza d'interessi è nata questa amicizia. Da tempo mi chiedeva di partecipare attivamente al suo blog, come "scrittore" e non solo come lettore. Quale occasione migliore di iniziare questa sorta di collaborazione, se non quella di riparlare di Guareschi?

L'occasione mi è stata propiziata da una mostra dedicata a Guareschi, in corso presso Villa Vertua Masolo di Nova Milanese. Ideatori e organizzatori sono un gruppo di amici di Nova Milanese, o orbitanti intorno ad essa, accomunati dalla passione/piacere di divulgare la "Cultura". La missione del sodalizio è implicita nel nome che si sono dati "Associazione Culturale Felicita Merati ".

Usando parole loro: "L'associazione culturale Felicita Merati nasce dal desiderio di un gruppo di amici di condividere e sostenere, quei principi che il Papa ha definito "non negoziabili", vita, famiglia, libertà educativa".

Dall'estate 2008, un più vasto pubblico ha cominciato ad interessarsi con passione di Guareschi; da quando il quotidiano Libero, nella primavera del 2008, aveva acceso un potente faro sullo scrittore, dedicandogli elogi e una grande retrospettiva consistita nella ristampa anastatica di quattordici numeri di Candido. La ristampa, che veniva allegata al quotidiano, andava però a ruba appena il giornale arrivava in edicola: penso siano stati i collezionisti a fare man bassa del quotidiano, per accaparrarsi l'allegato. Ero riuscito a procurarmene una sola copia, che conservo gelosamente; nè la redazione di Libero aveva più disponibiltà quando la cosultai.

Prima di quell'estate, durante la quale Vittorio Feltri lo ebbe a rilanciare alla grande, con entusiastica passione, l'immagine dell'uomo/scrittore, cronista, vignettista e umorista Giovannino Guareschi, la conoscevo soltanto attraverso la trasposizione cinematografica dei due"grandi" personaggi dei suoi romanzi: Peppone e Don Camillo. Per il resto, ben poco di lui sapevo. Tanto è vero che anni fa, quando ancora non conoscevo come oggi Guareschi, girando per le bancarelle dell'usato, m'imbattei in un suo romanzo che parlava di giovani. Mi soffermai a sfogliarlo; evidentemente c'era già in me il desiderio di conoscere più approfonditamente l'ideatore degli eroi dei miei film preferiti; restai perplesso per quel titolo che non aveva a che fare con i miei eroi: Peppone e Don Camillo; e non diedi neanche peso ad un particolare del quale ebbi poi modo di pentirmi fortemente. C'era una strana dedica su quel libro: un lungo pensiero rivolto all'autore del romanzo, che terminava con la dedica autografa di un "certo" "Giovanni Mosca". Cioè, Giovanni Mosca, che l'indomani seppi chi era, dedicava quel libro, con quel pensiero all'autore stesso del libro. Credo di essermi fatto scappare un pezzo da collezione, ma, fortunatamente, conosco il possessore di quel libro.
La mostra è bene ubicata e ben strutturata. Posta al piano seminterrato di una splendida villa d'epoca, acquisita anni addietro dal comune di Nova, si sviluppa in un facile percorso pedagogico guidato (a libera scelta). Si parte con la retrospettiva da spezzoni di scene di film e filmati, per poi inoltrarsi nella visualizzazione di ampi cartelli disposti lungo le pareti ed al centro della sala. Sono riproduzioni ingrandite di vignette - quasi sempre a carattere satirico umoristico, improntato però sempre alla diffusione o critica d'idee, e mai comunque offensive verso la specifica persona. Un classico, ad esempio, è la vignetta umoristica contro il presidente della repubblica Einaudi, che aveva creato etichette "promozionali" per il vino di sua produzione, chiamandolo "Il vino del Presidente". Vi sono vignette relative alla sua esperienza militare e di quelle disegnate durante o in ricordo delle sue prigionie nei lager e in Italia nel 53-54, che a volte spiegano meglio di uno scritto del travaglio subito. E' bene ricordare che Guareschi è morto alla ancor giovane età di 60 anni per infarto cardiaco, dopo aver sopportato per molti anni un'ulcera che aveva acquisito sicuramente durante la prigionia nei lager.

La mostra è in corso dal 18 settembre fino al 3 ottobre, nei seguenti orari:
dal lunedì al venerdì dalle 21.00 alle 23.00, sabato e domenica dalle 15.00 alle 23.00.
Visite Guidate dedicate a comitive, scolaresche e gruppi – per informazioni telefonare a: 346.8531871 – 338.8853803 – 339.8555045 – 335.790986
Qui la Bibliografia mondiale su Guareschi
Eugenio Bandini, invitato il 17 settembre scorso alla presentazione della mostra, ha scritto molto su Guareschi. Di seguito i titoli di alcuni dei suoi articoli giornalistici, tratti dal documento sopra:
- Ma Guareschi è uno scrittore o no?, da Polis n.12 (Parma), 31 marzo 2000.
- Guareschi inedito - amore guerra e avventura nel romanzo "sudafricano", da Libero, 1° novembre 2007, pp. 1 28-29.
- "Quel Cervi è troppo bello per essere un comunista", da Libero, 1° febbraio 2008, pp.26-27.
- Guareschi inedito - I dubbi di Peppone l'americano, da Libero, 7 marzo 2008, pp.28-29.
- Diario del lager - il libro segreto di Guareschi per sopravvivere ai nazisti, da Libero, 26 marzo 2008, pp.30-31.
- Il cinema ritrovato degli eroi di Guareschi, da Libero, 20 giugno 2008, p.27.
- Non potevi fare lo stagnaro? chiede la moglie a Guareschi, da "l'Europeo", 17 luglio 1955.
Come vedete, sono titoli significativi, dai quali è possibile farsi un'inquadratura del personaggio/uomo Guareschi.

(a seguire)
sopra: Peppone e Don Camillo, dalla locandina della mostra