domenica 16 maggio 2010

Toccata e fuga

E' un arrangiamento moderno
va ascoltato fino in fondo!
Che ne dite?



Autore:
Jean Michelle Jarre - Toccata Et Fuga (Js Bach)

martedì 16 marzo 2010

Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Cajkovskij

Questo è stato uno dei primi concerti cui ho assistito alla Scala di Milano, quando facevo parte del gruppo della claque (vedere commentario relativo al post Girgenti amore mio ). A distanza di anni è difficile ricordare con precisione chi fossero pianista e direttore d'orchestra; posso solo ipotizzare che forse sono stati Alexis Weissenberg, al pianoforte, ed Herbert Von Karajan a dirigere l'orchestra. Nella mia collezione di dischi in vinile ho infatti il disco del Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Pyotr Iliych Cajkovskij. Vi invito all'ascolto del primo movimento - registrato in due parti su You Tube. Martha Angerich al piano e Antonio Pappano alla direzione d'orchestra, danno qui vita ad una eccellente esecuzione. Il concerto che propongo è uno dei più eseguiti al mondo, e andrebbe ascoltato in riverente raccoglimento.
Buon ascolto.


mercoledì 10 marzo 2010

Navigli amore mio



Il filmato di cui sopra, della durata di 8,15 minuti, è estratto dal film di 30 minuti dall'autore, ALBERTO GRISA. Il film è stato realizzato e prodotto principalmente ad uso didattico per le scuole, con l'intento di far conoscere e divulgare tra le giovani generazioni il ruolo importantissimo e fondamentale che ebbero i NAVIGLI DI MILANO per il suo sviluppo, il suo progresso, e quindi, in ultima istanza, per l'arricchimento di quella fantastica città che è e che, nonostante tutto, continua ad essere.
Per ulteriori informazioni andare su You Tube http://www.youtube.com/watch?v=Hwm7-YpP5Wc


Il laghetto di Milano, o Tombone di San Marco, in via San Marco a Milano, agli inizi del secolo scorso.
Proprietari della foto www.thais.it (se non d'accordo, la foto verrà rimossa)
---
Pubblico, integralmente, un articolo di Gianni Santucci, apparso ieri sul Corriere della
Sera.it .
Chiedo venia al Corriere, per questo che può sembrare atto di prevaricazione e abuso, ma lo ripagherò abbondantemente del favore che mi concede, quando parlerò del Tombone di San Marco, le cui acque lambivano il portone d'ingresso dei suoi operai, fino agli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra Mondiale.
La notizia non è delle più belle, per uno che ha sempre immaginato che Milano con la sua Darsena, i suoi Navigli ancora a cielo aperto, e le possenti Mura Spagnole ancora al loro posto, sarebbe annoverata tra le dieci città più belle al mondo.
---
"Prima di guardare in basso, e mettersi a contare bottiglie, passeggini, televisori, carcasse di biciclette e motorini abbandonati sul fondo dell’antico porto di Milano, si può ricordare cosa è successo qualche anno fa a Londra. Sulla sponda Sud del Tamigi c’era la vecchia centrale termoelettrica di Bankside, abbandonata dal 1981, tante volte se n’era ipotizzata la demolizione, poi nel 1995 la Tate Gallery decise di trasformarla e affidò il progetto a uno studio svizzero di architettura. Dopo cinque anni (tenere ben presente i tempi: cinque anni), il 12 maggio 2000 venne aperta la Tate Modern, uno dei più innovativi e visitati musei del mondo, che ha toccato il record di 4 milioni di ingressi l’anno. Ora si può risalire dal fondo della Darsena, lasciarsi alle spalle l’odore rancido di escrementi e putrefazione che si respira là sotto, e leggere le date ancora segnate sul cartellone del cantiere: il 21 maggio 2003 il sindaco decide di costruire un parcheggio da 700 auto sotto l’acqua; il 22 ottobre dello stesso anno viene consegnata (e presto prosciugata) l’area. Esclusi gli scavi archeologici, i lavori non sono mai partiti. Rapido conteggio: in cinque anni, sul suo fiume Londra ha costruito la Tate Modern. In più di 6 anni, Milano ha mandato in malora il cuore del sistema dei Navigli, un luogo che si identifica con la storia e l’immagine della città.

Milano, il Naviglio-discarica

Qui si scambiano l’acqua il Naviglio Grande, dopo 45 chilometri di percorso da Turbigo, e il Naviglio Pavese, che scende per 35 chilometri fino a Pavia. Qui si incrociano la storia di Milano (le vie d’acqua usate per trasportare il marmo del Duomo), il genio di Leonardo (che progettò una chiusa i cui disegni si trovano nel Codice atlantico), e il genio politico della Milano di oggi, molto innamorato del cemento e incapace di mandare qua in Darsena dieci spazzini e quattro giardinieri per rimediare a questa indecenza. Certo, è in corso una battaglia legale. Scontro tra Palazzo Marino, che di fronte al fallimento del parcheggio-sott’acqua ha revocato la concessione (l’anno scorso), e la Darsena Spa, che invece oggi chiede i danni per il fatto di non poter più costruire. Nell’attesa che si risolva la contesa, ieri mattina nella discarica della Darsena in secca si contavano: due passeggini fracassati, un numero imprecisato di bottiglie, una vecchia tavola da surf, due batterie di auto, più uno specchietto, due parafanghi e tre cerchioni di macchine, i documenti di un motorino rubato, i letti di due senzatetto (uno sotto il ponte, l’altro dentro una casupola), l’armadio di altri due clochard che hanno steso i vestiti al sole. Tutto sparpagliato su una distesa di fango marcio.

Lontano da qui, risalendo i due canali, la scena è diversa. Sia lungo il Naviglio Grande, fino a Corsico, Trezzano, Abbiategrasso; sia lungo il Pavese, fino a Rozzano, Binasco, Pavia, le ferite sono quelle del tempo. Almeno 110 chilometri di sponde, su 160 dell’intero sistema Navigli, sarebbero da consolidare o stabilizzare; le conche abbandonate sono 29, gioielli come quella al confine di Rozzano, all’altezza del ponte verso Binasco, dove la ruggine sta spappolando il ferro delle strutture. Per sistemare le sponde servirebbero 300 milioni di euro. Ma intorno c’è comunque erba abbastanza curata, corrono piste ciclabili, filari di alberi. È più pulito, perché non c’è una città a vomitare porcherie dentro i canali. La Regione, a dicembre 2007, ha creato «Navigli Lombardi scarl», che dopo anni di frammentazione è il primo soggetto unitario per la gestione e la manutenzione. Milano ha vinto l’Expo puntando anche sulle vie d’acqua, che avrebbero dovuto collegare in una rete navigabile la Darsena e i padiglioni dell’esposizione a Rho-Pero. Progetto annunciato e decaduto. Propaganda. Come gli annunci di «riqualificazione » degli ultimi dieci anni: negli archivi del Corriere se ne contano 32.
---
Chiedo scusa ai lettori di Aquaeductus, per questa sorta di impropria intromissione, ma il mio blog personale è stato occupato, proprio oggi, da una "faccenda" forse più importante, "più duratura nel tempo".

lunedì 15 febbraio 2010

Le pitture dei Filostrati

Mi è capitato tra le mani un libro edito nel 1828 con questo titolo “Le pitture dei Filostrati”

Una rapida ricerca nel mio database neuronico da un risultato insoddisfacente, i Filostrati erano sofisti e l’unica cosa che riuscivo ad associare, sul momento, era la biografia di Apollonio e una datazione indicativa II° III° secolo d.c., ma che avessero dipinto quadri non mi risultava.

Decido di leggere il libro e qui la prima sorpresa: il libro, pur mostrando i segni del tempo, è intonso, non essendo stato rifilato in tipografia, per poterlo leggere le pagine vanno tagliate. Un libro che ha quasi 200 anni e che non è mai stato letto!

Con un po’ di timore di fare danni prendo un tagliacarte e comincio ad aprire le pagine, dopo aver letto una lunga prefazione del curatore della traduzione dal greco, Filippo Mercuri, mi sono reso conto che il titolo del libro, non corrispondeva all’originale greco che è Eikones ossia Immagini.

Tralascio la discussione su quanti fossero i Filostrati, se 3 o 4, e se le Eikones siano state scritte da uno solo di loro o da due, poche righe anche sull’argomento su dove queste tavole fossero situate e se fossero esistite realmente.

Eikones è un’opera famosa nella quale si descrivono alcune pitture, su tavola, descrizioni talmente accurate da poterle chiamare “pitture scritte”.

Nel proemio dell’opera, si può leggere che Filostrato si trovava a Napoli, ospite in una villa nel cui porticato erano state incastonate delle pitture su tavola.

Il padrone di casa” … abitava fuori le mura in un sobborgo, che guarda il mare, nel quale era un tal portico rivolto al vento zeffiro costruito, se ben mi ricordo,sopra quattro o cinque solai che accennava al mare tirreno:il quale era vagamente adorno di quelle pietre,che più il lusso commenda, e più di pitture, sendo in quelle incastrate alcune tavole, le quali ha mio credere non senza sollecitudine erano state raccolte; perocchè in esse si ravvisava l’arte cospicua di moltissimi dipintori : ed avendo io di per me stesso già fermo nell’animo di commendare queste pitture con la favella, a ciò viemmaggiormente ancora fui stimolato dal piccolo figlio del mio ospite; che toccava allora il decimo anno bramoso di ascoltare …”

La querelle tra gli studiosi, parte da queste righe: dobbiamo credere alle parole di Filostrato oppure è tutta una finzione letteraria? Questa casa a Napoli con le sue pitture incastonate nel portico è esistita realmente oppure è opera della fantasia dello scrittore? La descrizione delle pitture è fatta su quadri autentici o sono il prodotto dell’immaginazione di Filostrato? I pareri sono molto discordi.

Il Prof. Stefano De Caro, soprintendente archeologico delle Province di Napoli e Caserta in una conferenza del 1999 sulle nature morte parla di Filostrato è da per scontato che il sofista abbia visto veramente la galleria di quadri che descrive nelle Eikones:”…La conferma che gli antichi usassero effettivamente questo nome [xenia] per la pittura di natura morta ci viene da un passo del retore greco di Lemno, Flavio Filostrato il Vecchio, della fine del II secolo d.C., il quale, descrivendo una galleria di quadri che lui ha ammirato a Napoli e che commenta per un gruppo di suoi giovani condiscepoli, definisce chiaramente come “xenia” due composizioni perdute, la cui descrizione corrisponde esattamente al genere che le pitture pompeiane raffigurano. Una di esse raffigurava, infatti, fichi, noci, pere, ciliegie, uva con miele, formaggi, e del latte con i vasi. L’altro genere rappresentava una lepre viva e una lepre morta, un’anatra spiumata, diversi tipi di pane, frutta fresca, castagne e fichi. La testimonianza di Filostrato è preziosa anche perché ci presenta il punto di vista critico di un intellettuale evidentemente informato di cose d’arte, e pure se cade circa un secolo dopo le pitture di Pompei, il suo giudizio potrebbe tranquillamente applicarsi ad esse, perché, come vedremo, questo genere aveva avuto poche trasformazioni dall’età ellenistica in poi. Quando Filostrato insiste, infatti, sulle qualità realistiche dei dipinti e sulla capacità della pittura di fermare sulla tela la bellezza fuggente del reale confondendo l’arte, la realtà e la sua rappresentazione, la sua valutazione non è, difatti, distinguibile da quelle delle fonti ellenistiche. Il suo passo è: “Perché non prendi questi frutti che sembrano fuoriuscire dai due cesti? Non sai che se aspetti anche soltanto un poco non li troverai più come sono ora, con la loro trina di rugiada?”.

La dott.ressa Letizia Abbondanza della sovrintendenza di Roma nel suo libro”Immagini” (2009) è di parere contrario, infatti scrive “galleria immaginaria”.

“Dei tre o forse quattro Filostrati che vengono ricordati dalla tradizione antica, si attribuisce al Secondo e Maggiore – vissuto nel finale del II e durante la prima metà del III secolo d.C. –, un testo giustamente famoso, capitale nella storia della letteratura artistica: le Eikones, Icone cioè Immagini, che descrivono una visita guidata, in forma di dialogo tra un sofista e i suoi giovani allievi, a una galleria immaginaria di oltre sessanta quadri, collocata a Napoli. È l’occasione di una strepitosa performance retorica, in cui la parola si propone a confronto vittorioso con l’immagine. L’opera ha sollecitato interesse di filologi ed emulazione di artisti e alimentato, in Goethe come in numerosi storici e amatori delle arti figurative, l’illusione di poterne in qualche misura risarcire la grande e purtroppo perduta pittura degli antichi. “

Facendo una considerazione generale si può dire che ogni opera, per quanto fantastica sia, ha sempre un incipit reale. A mio giudizio, Filostrato ha realmente osservato questi quadri e forse anche a Napoli, ma quasi certamente non erano tutti nei soliti locali e se diamo per vero che una parte delle Eikones sia stata scritta da un altro Filostrato questa tesi prende consistenza. D’altronde siamo nel neosofismo e quindi l’artificio è sempre latente, l’illusione dalla realtà e la realtà dalle illusioni.

Questi sono, certamente, interessanti risvolti, ma, a mio giudizio, è più importante vedere come le Eikones mettano in scena l’eterno confronto tra parola ed immagine, tanto che anche Goethe ne fu affascinato ed anche numerosi pittori tra cui Moritz von Schwind, le hanno reinterpretate.

Il filosofo Pierre Hadot nota l’importanza delle parole sophisma e apatê,usando la sua terminologia, che possono essere sintetizzate nel termine “artificio”. Prendendo come paradigma il Narciso (Eikon XXIII) si ha il “sophisma” della fonte e del quadro, ossia l’incapacità di distinguere tra realtà ed illusione.

Una descrizione della pittura di una pittura è l’incipit dell’”Immagine”: ” La fonte dipinge Narciso la pittura dipinge ad un tempo la fonte e Narciso”. Queste le parole del sofista e dalle quali possiamo dedurre che Filostrato “dipinge” l’immagine che la pittura dipinge dell’immagine di Narciso.

”L’apatê”, ossia l’inganno, perché Filostrato stesso davanti alle figure dei cacciatori crede di vedere non dei personaggi nella loro staticità del dipinto, ma esseri reali in movimento e, a questo proposito scrive Hadot:” Il discorso di Filostrato aggiunge all’illusione di vedere un quadro, l’illusione dell’eliminazione dell’illusione, l’impressione di partecipare ad un evento che si svolge effettivamente.”

Sophisma più apatê uguale artificio, un artificio eccezionale direi: l’impressione di partecipare ad un evento attraverso l’immagine scritta di un’immagine illusoria dipinta in quadro che forse non è mai esistito.

lunedì 8 febbraio 2010

“La pittura porta a Dio”

Ritratti d’autore di Mario Dal Bello
di Marialuisa Viglione

ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Mario Dal Bello, critico d’arte e di spettacolo, ha appena pubblicato un volume dal titolo Mario Dal Bello: Ritratti d‘autore. Figure della pittura europea da Duccio a RothkoMario Dal Bello: (Città nuova), che riunisce delle riflessioni sui più importanti pittori degli ultimi 800 anni.

ZENIT lo ha intervistato.

Cos’è l’ispirazione artistica?

Mario Dal Bello: Un dono di Dio.

Cos’è l’arte per lei?

Mario Dal Bello: Espressione della ricerca della bellezza che c’è in ogni uomo. Ricerca di eternità, immortalità. I più grandi capolavori parlano di Dio.

Come nasce questo libro?

Mario Dal Bello: Dall’amicizia di tutta una vita con questi artisti. Arrivo da Asolo in provincia di Treviso e da bambino conoscevo la pittura veneta, che mi ha fatto innamorare della bellezza: Tiziano, Giorgione, Bassano, Canova. Molti si convertono per un quadro. La pittura porta a Dio.

Il suo quadro preferito?

Mario Dal Bello: Uno dei quadri di El Greco a New York, la veduta di Toledo. Straordinario.

Come può parlare di Dio l’arte astratta? Dio è incarnazione.

Mario Dal Bello: L’arte bizantina è astratta, le figure sono immateriali.

Lei fa descrizioni appassionate di quadri importanti. Descrizioni che partono da un’emozione, dal cercare di capire perché quel quadro è passato alla storia. A cosa serve il suo libro?

Mario Dal Bello: Vogliono essere riflessioni che accompagnano gli appassionati a scoprire la bellezza. E la bellezza, essendo un trascendentale, una proprietà di Dio, aiuta a essere migliori.

Il primo pittore di cui lei parla è Duccio. Perché Duccio ha fatto così tanti quadri su Maria?

Mario Dal Bello: I pittori dipingevano su commissione. Siena era sotto la protezione di Maria. Quindi lui dipingeva per la devozione pubblica e privata. Le sue Madonne, rispetto a quelle dell’epoca, rivelano un senso di tenerezza, anche se i modelli sono bizantini. Lui ci aggiunge umanità e tenerezza nei rapporti col figlio, per questo piace molto.

E poi subito dopo c’è Giotto. Quali novità introduce?

Mario Dal Bello: Apre all’umanesimo. Dio è rappresentato secondo le raffigurazioni tradizionali, Onnipotente e Giudice. Nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni, nel Giudizio Universale, Gesù giudice è forte e nello stesso tempo dolce. È il divino che si incarna. E come nel racconto di San Matteo alla sua destra ci sono i buoni, e alla sinistra i cattivi. Il Giudizio Universale è rappresentato sempre così nell’iconografia occidentale e nei mosaici.

Michelangelo mette in basso i cattivi e in alto i buoni?

Mario Dal Bello: Anche Michelangelo nella Cappella Sistina - Giudizio Universale - mette alla destra i buoni che salgono, e alla sinistra i cattivi che scendono.

Masaccio come si pone come artista?

Mario Dal Bello: Continua il lavoro di Giotto. Nell’opera di Masaccio protagonista è l’uomo, che ha una grande dignità perché è figlio di Dio. Nella Cappella Brancacci a Firenze, l’uomo è grande anche nella sventura. Adamo e Eva cacciati dal Paradiso hanno forme fisiche forti: rimangono figli di Dio, pur nella colpa.

Il fiammingo Jan Van Dick, come avvicina gli uomini a Dio?

Mario Dal Bello: E’ un fiammingo, siamo nell’Europa cristiana del 1400. Nel suo polittico dell’Agnello Mistico a San Bovone a Gang, fa un riassunto della Storia biblica. Avvicina gli uomini a Dio raccontando la Bibbia. Rappresenta una grande processione di Papi, santi Martiri, beati, vescovi, imperatori, mercanti, pezzenti, gente comune dell’epoca, tutti ad adorare l’Agnello mistico.

Piero della Francesca parla di Dio?

Mario Dal Bello: Contempla il divino. Nella Madonna con il Bambino e i Santi (a Brera), incompiuto, la Madonna è sotto una grande nicchia. Tutti sono assorti. E’ una scena molto intima, interiorizzata. E’ la contemplazione dell’eterno.

Le Madonne di Leonardo cosa hanno di nuovo?

Mario Dal Bello: La Vergine delle rocce, che è l’immacolata concezione, è la Vergine in ginocchio, dietro una nicchia, rappresentata dalla natura, il creato, opera di Dio. C’è la presenza di Dio nella natura. La Vergine ha un atteggiamento misterioso: fa parte del mistero dell’incarnazione.

Raffaello è il pittore delle Madonne per eccellenza?

Mario Dal Bello: Nella tradizione figurativa cattolica sì. E’ il pittore degli affetti. Non ritrae una persona reale. Reale è l’amore che Maria ha per suo figlio. L’affetto materno che si vede subito, è immediato e popolare.

Michelangelo e il suo tempo?

Mario Dal Bello: Si è formato in pieno Rinascimento. Ha un’immagine idealizzata dell’uomo. E riprende le statue greche nei suoi nudi. La perfezione esteriore raffigura la perfezione dell’anima. Questo secondo Platone, molto di moda all’epoca. Nella Cappella Sistina è il pittore dell’antico Testamento della Genesi. Dio è l’onnipotente. Le forme sono gigantesche, forti. Dio è più grande dell’uomo e lo schiaccia. Michelangelo finisce la vita disegnando Pietà e crocifissioni e muore facendosi leggere la Passione di Cristo.

La religiosità di El Greco?

Mario Dal Bello: E’ un pittore mistico. Siamo nella Spagna di fine '500 inizio '600, di Santa Teresa D’Avila e di San Giovanni della Croce. E quindi nei suoi quadri si nota questa tendenza al misticismo, all’esperienza soprannaturale. Allunga le figure, i colori sono irreali. Coglie ciò che c’è nell’anima.

Velasquez esprime la stessa religiosità?

Mario Dal Bello: Va meno in profondità. E’ un grande illustratore di scene sacre. A Roma abbiamo il suo ritratto di Papa Innocenzo X, alla Galleria Doria Pamphilj.

Rembrandt, protestante, è un grande pittore della Bibbia?

Mario Dal Bello: E’ insieme a El Greco e Michelangelo intimamente religioso. Protestante, nutrito della Bibbia, a contatto con il mondo ebraico (a Amsterdam viveva nel quartiere ebraico), ha dipinto soprattutto storie dell’Antico testamento.

Tiziano?

Mario Dal Bello: Eclettico, alla corte del re di Spagna, dipinge soprattutto alla fine della vita crocifissioni e incoronazioni di spine.

A rappresentare il mondo moderno ha scelto Picasso. Questo perché ha dipinto un Cristo?

Mario Dal Bello: No, si può dipingere arte sacra senza avere fede. Rappresenta bene il XX secolo, l’uomo spezzato, in un incubo, senza Dio, e quindi distrutto.

E Rochtko che fa pittura astratta?

Mario Dal Bello: Non è cattolico, ma ricerca un Dio, ricerca l’assoluto. Anche questa sua volontà di creare una cappella per mettere i quadri e tutte le espressioni di fede fa parte del suo bisogno di infinito. Ricerca il senso dell’esistenza, soprattutto dopo la morte. Vuole un rapporto con un essere superiore.

“La pittura porta a Dio”
Ritratti d’autore di Mario Dal Bello
di Marialuisa Viglione



ROMA, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Mario Dal Bello, critico d’arte e di spettacolo, ha appena pubblicato un volume dal titolo Mario Dal Bello: Ritratti d‘autore. Figure della pittura europea da Duccio a RothkoMario Dal Bello: (Città nuova), che riunisce delle riflessioni sui più importanti pittori degli ultimi 800 anni.

ZENIT lo ha intervistato.

Cos’è l’ispirazione artistica?

Mario Dal Bello: Un dono di Dio.

Cos’è l’arte per lei?

Mario Dal Bello: Espressione della ricerca della bellezza che c’è in ogni uomo. Ricerca di eternità, immortalità. I più grandi capolavori parlano di Dio.

Come nasce questo libro?

Mario Dal Bello: Dall’amicizia di tutta una vita con questi artisti. Arrivo da Asolo in provincia di Treviso e da bambino conoscevo la pittura veneta, che mi ha fatto innamorare della bellezza: Tiziano, Giorgione, Bassano, Canova. Molti si convertono per un quadro. La pittura porta a Dio.

Il suo quadro preferito?

Mario Dal Bello: Uno dei quadri di El Greco a New York, la veduta di Toledo. Straordinario.

Come può parlare di Dio l’arte astratta? Dio è incarnazione.

Mario Dal Bello: L’arte bizantina è astratta, le figure sono immateriali.

Lei fa descrizioni appassionate di quadri importanti. Descrizioni che partono da un’emozione, dal cercare di capire perché quel quadro è passato alla storia. A cosa serve il suo libro?

Mario Dal Bello: Vogliono essere riflessioni che accompagnano gli appassionati a scoprire la bellezza. E la bellezza, essendo un trascendentale, una proprietà di Dio, aiuta a essere migliori.

Il primo pittore di cui lei parla è Duccio. Perché Duccio ha fatto così tanti quadri su Maria?

Mario Dal Bello: I pittori dipingevano su commissione. Siena era sotto la protezione di Maria. Quindi lui dipingeva per la devozione pubblica e privata. Le sue Madonne, rispetto a quelle dell’epoca, rivelano un senso di tenerezza, anche se i modelli sono bizantini. Lui ci aggiunge umanità e tenerezza nei rapporti col figlio, per questo piace molto.

E poi subito dopo c’è Giotto. Quali novità introduce?

Mario Dal Bello: Apre all’umanesimo. Dio è rappresentato secondo le raffigurazioni tradizionali, Onnipotente e Giudice. Nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni, nel Giudizio Universale, Gesù giudice è forte e nello stesso tempo dolce. È il divino che si incarna. E come nel racconto di San Matteo alla sua destra ci sono i buoni, e alla sinistra i cattivi. Il Giudizio Universale è rappresentato sempre così nell’iconografia occidentale e nei mosaici.

Michelangelo mette in basso i cattivi e in alto i buoni?

Mario Dal Bello: Anche Michelangelo nella Cappella Sistina - Giudizio Universale - mette alla destra i buoni che salgono, e alla sinistra i cattivi che scendono.

Masaccio come si pone come artista?

Mario Dal Bello: Continua il lavoro di Giotto. Nell’opera di Masaccio protagonista è l’uomo, che ha una grande dignità perché è figlio di Dio. Nella Cappella Brancacci a Firenze, l’uomo è grande anche nella sventura. Adamo e Eva cacciati dal Paradiso hanno forme fisiche forti: rimangono figli di Dio, pur nella colpa.

Il fiammingo Jan Van Dick, come avvicina gli uomini a Dio?

Mario Dal Bello: E’ un fiammingo, siamo nell’Europa cristiana del 1400. Nel suo polittico dell’Agnello Mistico a San Bovone a Gang, fa un riassunto della Storia biblica. Avvicina gli uomini a Dio raccontando la Bibbia. Rappresenta una grande processione di Papi, santi Martiri, beati, vescovi, imperatori, mercanti, pezzenti, gente comune dell’epoca, tutti ad adorare l’Agnello mistico.

Piero della Francesca parla di Dio?

Mario Dal Bello: Contempla il divino. Nella Madonna con il Bambino e i Santi (a Brera), incompiuto, la Madonna è sotto una grande nicchia. Tutti sono assorti. E’ una scena molto intima, interiorizzata. E’ la contemplazione dell’eterno.

Le Madonne di Leonardo cosa hanno di nuovo?

Mario Dal Bello: La Vergine delle rocce, che è l’immacolata concezione, è la Vergine in ginocchio, dietro una nicchia, rappresentata dalla natura, il creato, opera di Dio. C’è la presenza di Dio nella natura. La Vergine ha un atteggiamento misterioso: fa parte del mistero dell’incarnazione.

Raffaello è il pittore delle Madonne per eccellenza?

Mario Dal Bello: Nella tradizione figurativa cattolica sì. E’ il pittore degli affetti. Non ritrae una persona reale. Reale è l’amore che Maria ha per suo figlio. L’affetto materno che si vede subito, è immediato e popolare.

Michelangelo e il suo tempo?

Mario Dal Bello: Si è formato in pieno Rinascimento. Ha un’immagine idealizzata dell’uomo. E riprende le statue greche nei suoi nudi. La perfezione esteriore raffigura la perfezione dell’anima. Questo secondo Platone, molto di moda all’epoca. Nella Cappella Sistina è il pittore dell’antico Testamento della Genesi. Dio è l’onnipotente. Le forme sono gigantesche, forti. Dio è più grande dell’uomo e lo schiaccia. Michelangelo finisce la vita disegnando Pietà e crocifissioni e muore facendosi leggere la Passione di Cristo.

La religiosità di El Greco?

Mario Dal Bello: E’ un pittore mistico. Siamo nella Spagna di fine '500 inizio '600, di Santa Teresa D’Avila e di San Giovanni della Croce. E quindi nei suoi quadri si nota questa tendenza al misticismo, all’esperienza soprannaturale. Allunga le figure, i colori sono irreali. Coglie ciò che c’è nell’anima.

Velasquez esprime la stessa religiosità?

Mario Dal Bello: Va meno in profondità. E’ un grande illustratore di scene sacre. A Roma abbiamo il suo ritratto di Papa Innocenzo X, alla Galleria Doria Pamphilj.

Rembrandt, protestante, è un grande pittore della Bibbia?

Mario Dal Bello: E’ insieme a El Greco e Michelangelo intimamente religioso. Protestante, nutrito della Bibbia, a contatto con il mondo ebraico (a Amsterdam viveva nel quartiere ebraico), ha dipinto soprattutto storie dell’Antico testamento.

Tiziano?

Mario Dal Bello: Eclettico, alla corte del re di Spagna, dipinge soprattutto alla fine della vita crocifissioni e incoronazioni di spine.

A rappresentare il mondo moderno ha scelto Picasso. Questo perché ha dipinto un Cristo?

Mario Dal Bello: No, si può dipingere arte sacra senza avere fede. Rappresenta bene il XX secolo, l’uomo spezzato, in un incubo, senza Dio, e quindi distrutto.

E Rochtko che fa pittura astratta?

Mario Dal Bello: Non è cattolico, ma ricerca un Dio, ricerca l’assoluto. Anche questa sua volontà di creare una cappella per mettere i quadri e tutte le espressioni di fede fa parte del suo bisogno di infinito. Ricerca il senso dell’esistenza, soprattutto dopo la morte. Vuole un rapporto con un essere superiore.

venerdì 25 dicembre 2009

Tutto quel che c'è da sapere sulla zampogna


Era goffo, lugubre e un po’ da sfigati. Ora è diventato uno degli strumenti più amati in circolazione. Il gran maestro degli zampognari, Ambrogio Sparagna, ci spiega perché

Tu scendi dalle stelle, ed è folla da concerto rock. Accade, da qualche anno, che la zampogna riempia le sale come non mai, forse sull’onda del fascino profuso dalla musica popolare tra le folle euforiche nelle piazze d’agosto (dici “notte della taranta” e immediatamente arriva un coro di “stupendo”, “meraviglioso”, “magico”, “ipnotico”, “irresistibile”). Accade che la zampogna abbia nuovi adepti, nuovi suonatori, nuovi costruttori, una rivista, un festival, alcuni nemici animalisti (per via della pelle di capra usata per la costruzione dello strumento) e soprattutto un maestro di riferimento, Ambrogio Sparagna, etnomusicologo, polistrumentista e direttore dell’Orchestra popolare dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Accade tutto questo, ed è la fine dell’associazione di idee “zampogna uguale castagna uguale strada uguale moneta che cade nel piattino dello zampognaro per gentile offerta del passante” – cioè la prima sequela di pensieri che scorre nella testa quando si sente dire “zampogna” o quando, in un giorno di dicembre, con un carico di pacchi e cartocci in mano, si ode l’antico, tremulo suono per le vie del centro, ingombre di luminarie rosse.

Epperò la zampogna à-la-page di oggi – affiancata da voci note (da Peppe Servillo a Simone Cristicchi), adorata da Giovanni Lindo Ferretti, regina del concerto “La Chiarastella” (diretto da Sparagna, all’Auditorium, il 5 e il 6 gennaio prossimi) – non è diversa dallo strumento che figurava al collo dell’omino del presepe. C’era sempre un omino anonimo con zampogna, nel presepe, e c’era sempre un nonno che diceva di metterlo tra l’ultimo re magio e il primo batuffolo di finta neve attorno alla capanna di Betlemme. Chi era quell’omino?, ci si chiedeva senza avere risposta. Oggi, parlando con Sparagna, l’omino viene restituito, pian piano, alla sua storia.

Veniva dal vicino oriente, in origine, lo zampognaro. Conquistava con le sue note l’antica Roma (dove si suonava l’utriculus, e dove Nerone, pare, si dilettava con zampogne antesignane). Lo zampognaro era il pastore errante che suonando viaggiava dentro se stesso, si smarriva e si ritrovava diverso. Era un contemplatore di stelle e di pensieri, un pifferaio magico della transumanza (la zampogna, pare, richiamava all’ordine il gregge). Era un attore di esercizi spirituali ante-litteram, un mistico camminatore – perché mistico era ed è il suono della zampogna: senza pause, corporeo nella sua creazione e nella sua emissione, adatto ai grandi spazi e alla vera solitudine. Lo zampognaro, al contrario del cantastorie-suonatore di organetto, facilmente suonava isolato. Non è stato da subito il “concertista” da strada del periodo dell’Avvento. Né da subito animava le “novene”, i rituali paraliturgici prenatalizi fatti di canti e zampognari che, tra il sedici e il ventiquattro dicembre, arrivano all’alba davanti alle case dove si fa il presepe. Le novene, come gli zampognari dell’immaginario collettivo, devono la loro fama a Napoli, anzi al Regno di Napoli, dice Ambrogio Sparagna all’interlutore non esperto che non sa distinguere una zampogna da una cornamusa e da una piva. Motivo per cui il maestro, tanto per cominciare, spiega all’interlocutore “che sono tutti aerofoni a sacco”, solo che la cornamusa, più nordica, ha un’unica canna come la sua bergamasca “cugina” (la piva), mentre la zampogna, più meridionale, ne ha due. Al Regno di Napoli ci si arriva subito dopo, perché non furono cornamuse ma un’enorme zampogna gigante, a metà Settecento, a fare da volano alle preghiere cantate dell’avvocato-prelato Alfonso Maria de’ Liguori.

Funzionava così: Alfonso Maria de’ Liguori raggruppava i lazzari in piccoli gruppi di preghiera, le cosiddette “cappelle serotine”, e faceva cantare semplici canzoni spirituali accompagnate dal suono grave della “zampogna gigante”, suono poi cercato e imitato nella composizione delle pastorali per organo. Se i lazzari impararono così i fondamenti del cristianesimo, Alfonso Maria de’ Liguori consegnò alla storia il canto “Tu scendi dalle stelle”, pubblicato e diffuso su tutto il territorio nazionale nella seconda metà del Settecento, tanto da arrivare fino alle scuole medie dell’Italia unita, più di due secoli dopo, storpiato sotto Natale da eserciti di suonatori scadenti, muniti di stridentissimi flauti di plastica (il maestro Sparagna evidentemente non si spaventa, e in questi giorni insegna ai ragazzi della scuola media di Ferentino i primi rudimenti della disciplina “coro con zampogna”).

La zampogna gigante, dal canto suo, è finita in scena negli spettacoli di Sparagna, anche se è alta circa due metri, e la cosa non stupisce chi ha visto almeno una volta il maestro sul palco: che sia taranta o zampogna o “litania” (così si chiamava il lavoro sulla musica sacra fatto da Sparagna con Giovanni Lindo Ferretti), Sparagna sprigiona energia, balza, cammina, si piega, si solleva, scatta, si ripiega, chiude gli occhi, dà con gli occhi il tempo a tutta l’orchestra – e qualsiasi strumento abbia in mano, dall’organetto alla zampogna, fa in modo di rendere leggera, agli occhi altrui, la fatica di suonarlo. Accanto a lui, nelle sue orchestre, ci sono ragazzi curiosi di musica trovati nei paesi e nelle campagne, tolti dai bar, dai muretti e dalla noia, assunti per prova e tenuti per sempre a suonare organetti, zampogne, conchiglie. Poi ci sono gli “alberi di suoni”, musicisti-costruttori. Molti di loro, racconta il maestro, hanno appreso e affinato l’arte della zampogna dal nonno. Altri si sono appassionati pur senza aver un antenato suonatore. Gli zampognari leader dell’orchestra di Sparagna sono molto giovani e molto sperimentatori. Marco Tomassi da Cassino, già ingegnere alla Fiat, cerca di applicare nuovi parametri scientifico-tecnologici al metodo tradizionale di costruzione della zampogna, basato su parametri empirici che non riparano sufficientemente dalla consunzione (prodromo di “stonature” e “opacità”). Antonio Vasta da Barcellona Pozzo di Gotto porta alla zampogna la sperimentazione musicale della natìa Sicilia. Veronica Cianciaruso da Chiasso, Svizzera italiana, ha preso dal padre l’amore per uno strumento che divenne celebre anche nel Canton Ticino grazie a suonatori questuanti in cerca di valuta pregiata.

Messa sotto osservazione da musicisti che ne rilanciano il repertorio pur cercando di renderlo più duttile, la zampogna, dice Ambrogio Sparagna, conserva l’aspetto e il suono che ha in braccio allo zampognaro tipico, l’uomo con il cappello che si aggira per la città prima di Natale, vestito con il costume tradizionale, concentrato e impermeabile al vociare esterno, quasi un tutt’uno con quella spacie di capra che tiene tra le braccia. “Capra che canta”, così i vecchi zampognari chiamavano la zampogna con allusione all’“otre”, la sacca in cui si immette l’aria, fatta appunto di pelle di capra. Gli zampognari, in tempi recenti di revival della zampogna, hanno fatto subito notare agli animalisti che il modello alternativo suggerito dagli animalisti medesimi – in “copertone” di gomma con rivestimento in finta pelle – rischiava, alla lunga, di divenire tossico per il suonatore. E chissà se la precisazione ha infine placato gli animi degli amici della fauna da pascolo.

D’altronde Sparagna è abituato alle contestazioni – gli capitò anche negli anni Settanta, quando, fresco di studi di etnomusicologia, fondò a Roma la prima scuola di musica popolare, attirandosi le critiche dei ribelli antiborghesi duri e puri, convinti che l’industria musicale si dovesse contestare anche ridando la tradizione ai “compagni contadini e operai” (a suon di canti di lotta e di lavoro). Sparagna fece notare che la tradizione c’era, sì, ma era ricca soprattutto di canti legati alla tradizione religiosa. Non che il maestro piacesse al volo a tutti gli uomini di chiesa. A volte, ha detto in un’intervista alla rivista 30 giorni, ha riscontrato “diffidenza”: “La mondanizzazione contagia il ceto ecclesiastico… e così quando si organizza una manifestazione musicale o un concerto si invitano i divi pop-rock del momento…di fatto si fa avvizzire una ricchezza che è frutto della comunità cristiana che ci ha preceduti nei secoli… le zampogne dei pastori sono un organo portatile che ha dato solennità a tante celebrazioni religiose. E poi, mi viene da dire, a Betlemme c’era sì il sublime canto degli angeli ma anche quello umile e gioioso dei poveri pastori… i canti che dirigo, suono e canto in concerto è come se portassero la firma di quei semplici testimoni del fatto del Natale”. Magari poi “si vanno a cercare i gospel”, era la conclusione del maestro, “mentre in casa abbiamo questi tesori inestimabili… E’ come il buon vino paragonato alla Coca Cola, con tutto il rispetto”.

Se gli si chiede perché sia andato a recuperare con tanto incaponimento la zampogna, Ambrogio Sparagna, che è stato anche consulente dell’ex ministro della Cultura Francesco Rutelli per la musica popolare, parla di “sinfonicità” spontanea dello strumento. E’ una citazione, dice, da Hector Berlioz. Pare infatti che il grande musicista, arrivando da studente di musica a Roma, a inizio Ottocento, fosse rimasto talmente colpito dai concerti natalizi degli zampognari da decidere di seguirli per un mese intero, su per le montagne d’Abruzzo, nel gelo dell’inverno, per carpire i segreti delle armonie tramandate da quegli uomini un po’ zingari un po’ “bardi girovaghi”, come li chiamava Giuseppe Gioacchino Belli. “Dopo allegri e piacevoli ritornelli a lungo ripetuti”, scriveva Berlioz, “una preghiera lenta, grave, dal tono tutto patriarcale, viene a terminare degnamente l’ingenua sinfonia. Da vicino il suono è così forte che lo si può appena sopportare, ma a una certa distanza questa singolare orchestra produce un effetto delizioso, commovente, poetico, al quale anche le persone meno suscettibili di provare simili impressioni non possono rimanere insensibili”.

Prima e dopo Berlioz, chissà perché, la zampogna ha avuto fama di strumento goffo e lugubre – i detti popolari pullulano di gambe “grosse come zampogne”, gente che russa “come una zampogna”, “pive nel sacco” che sottolineano delusioni e disillusioni. Lo zampognaro è stato spesso visto come la prova inconfutabile del freddo che avanza in uno scenario grigionero da “Nightmare before Christmas”. La zampogna di Sparagna salta oltre questo immaginario di mestizia, torna diretta all’iconografia del presepe nel deserto del pastore errante e sorride a Gianni Rodari – che da fan dello zampognaro così lo onorò: “Se comandasse lo zampognaro che scende per il viale, sai cosa direbbe il giorno di Natale? ‘Voglio che in ogni casa spunti dal pavimento un albero fiorito di stelle d’oro e d’argento’”.

di Marianna Rizzini