venerdì 25 dicembre 2009

Tutto quel che c'è da sapere sulla zampogna


Era goffo, lugubre e un po’ da sfigati. Ora è diventato uno degli strumenti più amati in circolazione. Il gran maestro degli zampognari, Ambrogio Sparagna, ci spiega perché

Tu scendi dalle stelle, ed è folla da concerto rock. Accade, da qualche anno, che la zampogna riempia le sale come non mai, forse sull’onda del fascino profuso dalla musica popolare tra le folle euforiche nelle piazze d’agosto (dici “notte della taranta” e immediatamente arriva un coro di “stupendo”, “meraviglioso”, “magico”, “ipnotico”, “irresistibile”). Accade che la zampogna abbia nuovi adepti, nuovi suonatori, nuovi costruttori, una rivista, un festival, alcuni nemici animalisti (per via della pelle di capra usata per la costruzione dello strumento) e soprattutto un maestro di riferimento, Ambrogio Sparagna, etnomusicologo, polistrumentista e direttore dell’Orchestra popolare dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Accade tutto questo, ed è la fine dell’associazione di idee “zampogna uguale castagna uguale strada uguale moneta che cade nel piattino dello zampognaro per gentile offerta del passante” – cioè la prima sequela di pensieri che scorre nella testa quando si sente dire “zampogna” o quando, in un giorno di dicembre, con un carico di pacchi e cartocci in mano, si ode l’antico, tremulo suono per le vie del centro, ingombre di luminarie rosse.

Epperò la zampogna à-la-page di oggi – affiancata da voci note (da Peppe Servillo a Simone Cristicchi), adorata da Giovanni Lindo Ferretti, regina del concerto “La Chiarastella” (diretto da Sparagna, all’Auditorium, il 5 e il 6 gennaio prossimi) – non è diversa dallo strumento che figurava al collo dell’omino del presepe. C’era sempre un omino anonimo con zampogna, nel presepe, e c’era sempre un nonno che diceva di metterlo tra l’ultimo re magio e il primo batuffolo di finta neve attorno alla capanna di Betlemme. Chi era quell’omino?, ci si chiedeva senza avere risposta. Oggi, parlando con Sparagna, l’omino viene restituito, pian piano, alla sua storia.

Veniva dal vicino oriente, in origine, lo zampognaro. Conquistava con le sue note l’antica Roma (dove si suonava l’utriculus, e dove Nerone, pare, si dilettava con zampogne antesignane). Lo zampognaro era il pastore errante che suonando viaggiava dentro se stesso, si smarriva e si ritrovava diverso. Era un contemplatore di stelle e di pensieri, un pifferaio magico della transumanza (la zampogna, pare, richiamava all’ordine il gregge). Era un attore di esercizi spirituali ante-litteram, un mistico camminatore – perché mistico era ed è il suono della zampogna: senza pause, corporeo nella sua creazione e nella sua emissione, adatto ai grandi spazi e alla vera solitudine. Lo zampognaro, al contrario del cantastorie-suonatore di organetto, facilmente suonava isolato. Non è stato da subito il “concertista” da strada del periodo dell’Avvento. Né da subito animava le “novene”, i rituali paraliturgici prenatalizi fatti di canti e zampognari che, tra il sedici e il ventiquattro dicembre, arrivano all’alba davanti alle case dove si fa il presepe. Le novene, come gli zampognari dell’immaginario collettivo, devono la loro fama a Napoli, anzi al Regno di Napoli, dice Ambrogio Sparagna all’interlutore non esperto che non sa distinguere una zampogna da una cornamusa e da una piva. Motivo per cui il maestro, tanto per cominciare, spiega all’interlocutore “che sono tutti aerofoni a sacco”, solo che la cornamusa, più nordica, ha un’unica canna come la sua bergamasca “cugina” (la piva), mentre la zampogna, più meridionale, ne ha due. Al Regno di Napoli ci si arriva subito dopo, perché non furono cornamuse ma un’enorme zampogna gigante, a metà Settecento, a fare da volano alle preghiere cantate dell’avvocato-prelato Alfonso Maria de’ Liguori.

Funzionava così: Alfonso Maria de’ Liguori raggruppava i lazzari in piccoli gruppi di preghiera, le cosiddette “cappelle serotine”, e faceva cantare semplici canzoni spirituali accompagnate dal suono grave della “zampogna gigante”, suono poi cercato e imitato nella composizione delle pastorali per organo. Se i lazzari impararono così i fondamenti del cristianesimo, Alfonso Maria de’ Liguori consegnò alla storia il canto “Tu scendi dalle stelle”, pubblicato e diffuso su tutto il territorio nazionale nella seconda metà del Settecento, tanto da arrivare fino alle scuole medie dell’Italia unita, più di due secoli dopo, storpiato sotto Natale da eserciti di suonatori scadenti, muniti di stridentissimi flauti di plastica (il maestro Sparagna evidentemente non si spaventa, e in questi giorni insegna ai ragazzi della scuola media di Ferentino i primi rudimenti della disciplina “coro con zampogna”).

La zampogna gigante, dal canto suo, è finita in scena negli spettacoli di Sparagna, anche se è alta circa due metri, e la cosa non stupisce chi ha visto almeno una volta il maestro sul palco: che sia taranta o zampogna o “litania” (così si chiamava il lavoro sulla musica sacra fatto da Sparagna con Giovanni Lindo Ferretti), Sparagna sprigiona energia, balza, cammina, si piega, si solleva, scatta, si ripiega, chiude gli occhi, dà con gli occhi il tempo a tutta l’orchestra – e qualsiasi strumento abbia in mano, dall’organetto alla zampogna, fa in modo di rendere leggera, agli occhi altrui, la fatica di suonarlo. Accanto a lui, nelle sue orchestre, ci sono ragazzi curiosi di musica trovati nei paesi e nelle campagne, tolti dai bar, dai muretti e dalla noia, assunti per prova e tenuti per sempre a suonare organetti, zampogne, conchiglie. Poi ci sono gli “alberi di suoni”, musicisti-costruttori. Molti di loro, racconta il maestro, hanno appreso e affinato l’arte della zampogna dal nonno. Altri si sono appassionati pur senza aver un antenato suonatore. Gli zampognari leader dell’orchestra di Sparagna sono molto giovani e molto sperimentatori. Marco Tomassi da Cassino, già ingegnere alla Fiat, cerca di applicare nuovi parametri scientifico-tecnologici al metodo tradizionale di costruzione della zampogna, basato su parametri empirici che non riparano sufficientemente dalla consunzione (prodromo di “stonature” e “opacità”). Antonio Vasta da Barcellona Pozzo di Gotto porta alla zampogna la sperimentazione musicale della natìa Sicilia. Veronica Cianciaruso da Chiasso, Svizzera italiana, ha preso dal padre l’amore per uno strumento che divenne celebre anche nel Canton Ticino grazie a suonatori questuanti in cerca di valuta pregiata.

Messa sotto osservazione da musicisti che ne rilanciano il repertorio pur cercando di renderlo più duttile, la zampogna, dice Ambrogio Sparagna, conserva l’aspetto e il suono che ha in braccio allo zampognaro tipico, l’uomo con il cappello che si aggira per la città prima di Natale, vestito con il costume tradizionale, concentrato e impermeabile al vociare esterno, quasi un tutt’uno con quella spacie di capra che tiene tra le braccia. “Capra che canta”, così i vecchi zampognari chiamavano la zampogna con allusione all’“otre”, la sacca in cui si immette l’aria, fatta appunto di pelle di capra. Gli zampognari, in tempi recenti di revival della zampogna, hanno fatto subito notare agli animalisti che il modello alternativo suggerito dagli animalisti medesimi – in “copertone” di gomma con rivestimento in finta pelle – rischiava, alla lunga, di divenire tossico per il suonatore. E chissà se la precisazione ha infine placato gli animi degli amici della fauna da pascolo.

D’altronde Sparagna è abituato alle contestazioni – gli capitò anche negli anni Settanta, quando, fresco di studi di etnomusicologia, fondò a Roma la prima scuola di musica popolare, attirandosi le critiche dei ribelli antiborghesi duri e puri, convinti che l’industria musicale si dovesse contestare anche ridando la tradizione ai “compagni contadini e operai” (a suon di canti di lotta e di lavoro). Sparagna fece notare che la tradizione c’era, sì, ma era ricca soprattutto di canti legati alla tradizione religiosa. Non che il maestro piacesse al volo a tutti gli uomini di chiesa. A volte, ha detto in un’intervista alla rivista 30 giorni, ha riscontrato “diffidenza”: “La mondanizzazione contagia il ceto ecclesiastico… e così quando si organizza una manifestazione musicale o un concerto si invitano i divi pop-rock del momento…di fatto si fa avvizzire una ricchezza che è frutto della comunità cristiana che ci ha preceduti nei secoli… le zampogne dei pastori sono un organo portatile che ha dato solennità a tante celebrazioni religiose. E poi, mi viene da dire, a Betlemme c’era sì il sublime canto degli angeli ma anche quello umile e gioioso dei poveri pastori… i canti che dirigo, suono e canto in concerto è come se portassero la firma di quei semplici testimoni del fatto del Natale”. Magari poi “si vanno a cercare i gospel”, era la conclusione del maestro, “mentre in casa abbiamo questi tesori inestimabili… E’ come il buon vino paragonato alla Coca Cola, con tutto il rispetto”.

Se gli si chiede perché sia andato a recuperare con tanto incaponimento la zampogna, Ambrogio Sparagna, che è stato anche consulente dell’ex ministro della Cultura Francesco Rutelli per la musica popolare, parla di “sinfonicità” spontanea dello strumento. E’ una citazione, dice, da Hector Berlioz. Pare infatti che il grande musicista, arrivando da studente di musica a Roma, a inizio Ottocento, fosse rimasto talmente colpito dai concerti natalizi degli zampognari da decidere di seguirli per un mese intero, su per le montagne d’Abruzzo, nel gelo dell’inverno, per carpire i segreti delle armonie tramandate da quegli uomini un po’ zingari un po’ “bardi girovaghi”, come li chiamava Giuseppe Gioacchino Belli. “Dopo allegri e piacevoli ritornelli a lungo ripetuti”, scriveva Berlioz, “una preghiera lenta, grave, dal tono tutto patriarcale, viene a terminare degnamente l’ingenua sinfonia. Da vicino il suono è così forte che lo si può appena sopportare, ma a una certa distanza questa singolare orchestra produce un effetto delizioso, commovente, poetico, al quale anche le persone meno suscettibili di provare simili impressioni non possono rimanere insensibili”.

Prima e dopo Berlioz, chissà perché, la zampogna ha avuto fama di strumento goffo e lugubre – i detti popolari pullulano di gambe “grosse come zampogne”, gente che russa “come una zampogna”, “pive nel sacco” che sottolineano delusioni e disillusioni. Lo zampognaro è stato spesso visto come la prova inconfutabile del freddo che avanza in uno scenario grigionero da “Nightmare before Christmas”. La zampogna di Sparagna salta oltre questo immaginario di mestizia, torna diretta all’iconografia del presepe nel deserto del pastore errante e sorride a Gianni Rodari – che da fan dello zampognaro così lo onorò: “Se comandasse lo zampognaro che scende per il viale, sai cosa direbbe il giorno di Natale? ‘Voglio che in ogni casa spunti dal pavimento un albero fiorito di stelle d’oro e d’argento’”.

di Marianna Rizzini

mercoledì 23 dicembre 2009

BUON NATALE !

Non so di chi sia questo dipinto, ma ne vorrei il vostro giudizio.

domenica 20 dicembre 2009

Natale toscano

In Toscana  è molto sentita la tradizione del presepe, la “capannuccia”, come solitamente si usa dire nel linguaggio comune, una sineddoche più che giustificata dato che, la parte più importante del presepe, è proprio la capanna della Natività, con tutta la sua simbologia religiosa e spirituale. L’ambiente circostante è solo un panorama complementare, quasi sempre avulso dalla realtà storico-geografica mediorientale. Il paesaggio è quello tipico dell’ appennino toscano, con molto verde, rappresentato dall’immancabile borraccina e dal muschio, con piccoli casolari, intagliati nel legno, nei colori caratteristici e nelle forme architettoniche peculiari della regione. Sulle aie animali da cortile in gesso ed i classici pagliai, oggi del tutto scomparsi dal panorama toscano, che, insieme ad ampie scorze di corteccia di sughero, a piccoli ruscelli, in carta stagnola ed a laghetti di specchi, completavano il presepe domestico o delle chiese più povere. Modesti doni portati dal Bambinello, quasi sempre dolciumi per i più piccoli, venivano posti alla base del presepe, quasi a simboleggiare l'innocenza. Un abete, con addobbi molto semplici, rispondenti all’antica tradizione nordica, frutta al posto delle insignificanti palle, fievoli e tremanti fiammelle delle candeline di cera al posto delle odierne sfavillanti e multicolori lampadine, allietava il soggiorno. Il prevalere, pertanto, della semplicità, del simbolismo e dell’atmosfera gioiosa e nello stesso tempo spirituale della Natività, sul materialismo della vita quotidiana. Poi venne il progresso, il boom economico, babbo Natale e la festa divenne occasione per dimostrare lo status symbol, il raggiunto benessere, i regali divennero costosi, appariscenti, quasi sempre inutili ed elargiti a tutti i conoscenti, col preciso scopo di farsi notare. Nei presepi comparvero le statuette di pregio, gli effetti luminosi speciali, gli alberi di natale furono addobbati riccamente, le tavole imbandite per novelli Pantagruel, in pratica un ritorno ai pagani saturnali, che, nell'antica Roma, si celebravano proprio in questo periodo. La vuota esteriorità prese, e continua ad avere, il sopravvento sul significato più profondo della Natività che è la redenzione dell’uomo.

domenica 13 dicembre 2009

Ave Maria

giovedì 12 novembre 2009

Telemaco Signorini e non solo.

 giovedì 29 ottobre 2009

Telemaco Signorini nasce a Firenze nel 1835. Fa parte della corrente dei Macchiaioli, ma si distingue per scelte d'arte personali: da caratterizzazioni sociali in alcuni temi, a influssi espressivi che ricevette dai numerosi contatti illustri, e per l'elaborazione di un forte linguaggio. La pittura dei macchiaioli ha una trama di relazioni con l'impressionismo anche se sviluppa una propria 'estetica' della macchia; nei soggetti ha attinenza con il verismo sociale e il naturalismo, è intrisa talvolta di realismo e descrittivismo. A volte convivono una rappresentazione sentimentale accanto a una 'documentaria' più tipicamente veristica, talvolta gli studi vengono svolti rigorosamente dal vero e anche la fotografia inizia ad essere usata per studiare la luce. Il gusto descrittivista può però spingersi fino al bozzetto, come in "La toeletta del mattino" (1898, opera tarda di Signorini, morirà nel 1901) che risente degli influssi di Degas:

Oltre all'amata Toscana, alle campagne, Signorini fu a Venezia, presso le Cinque Terre, Roma, Napoli. Conobbe Giuseppe De Nittis. I macchiaioli italiani hanno dato vita a un'esperienza pittorica originale e degna di coesistere a fianco di altri movimenti internazionali. Signorini in particolar modo è artista conosciuto e quotato anche all'estero. Si tratta nel suo caso non solo dello stile della 'macchia', ma di un approfondimento di luminosità, volumi e profondità, una sorta di drammaturgia della luce.

"Non potendo aspettare" (Signorini 1867)

La particolarità della Mostra (fino al 31 gennaio 2010 a Palazzo Zabarella a Padova) si evince già dal titolo
"Telemaco Signorini e la pittura in Europa": oltre alle opere del Nostro si avrà occasione di vederne molte altre estere, per mettere in relazione differenti sensibilità e le correnti europee tra loro.
Signorini a Firenze frequentò il circolo degli intellettuali inglesi, fra cui Joseph Middleton Jopling,amico del preraffaellita John Everett Millais.
                                         
http://it.wikipedia.org/wiki/John_Everett_Millais
a Parigi conobbe Zola, Manet e Degas, in occasione dei soggiorni in Francia ed Inghilterra. La mostra testimonia la sua evoluzione artistica, dalle prime esperienze all’influenza di Courbet, fino all’ultima stagione segnata dall'elemento della figura umana, con uno scorcio importante della pittura europea fine 800.
Tra il centinaio di opere esposte, anche il famoso Degas "L’Absinthe" (1876) offerto dal Museo d'Orsay, qui http://it.wikipedia.org/wiki/L%27assenzio (non solo un liquore, ma un vero fenomeno sociale).
In più, presenti opere di Tissot, Decamps, Troyon, Toulouse-Lautrec, Corot, Courbet, Rousseau, Stevens, Sisley…
Uno dei leitmotiv della mostra è accostare, per esempio, gli interni di Signorini a quelli di Degas o di Toulouse-Lautrec, o mostrare le stesse vie di città italiane, francesi, inglesi, rappresentate da pittori differenti. Tra i più suggestivi di Signorini, nell'adesione alla poetica del vero della tranche de vie cittadina, sono (qui sotto) "Pontevecchio" a Firenze (criticato all'Esposizione Nazionale a Torino del 1880 per la sua fotograficità), e                                    
                                                                       "Una Via di Edimburgo":



Simbolo della mostra è “Alzaia” di Signorini del 1864: uomini raffigurati nello sforzo di trascinare controcorrente un pesante naviglio, che nel quadro non compare,

visibile nella pag. al sito della mostra http://www.palazzozabarella.it/ita/index_tree.asp?CSez_ID=MOST&CCat_ID=MTRA

Famoso anche il suo “Sala delle agitate al san Bonifazio di Firenze” per l'attenzione di Signorini a emarginati e disadattati. L'immagine dal manicomio è impostata in prospettiva obliqua e la drammaticità è sottolineata dall'ampiezza dello stanzone, immerso nella luce biancastra, su cui si stagliano impersonali le figure, qui http://www.retepiacenza.it/UserFiles/Image/arte/Telemaco%20Signorini.jpg

Qui ancora "Novembre" e
                                                                                              "Sulle colline a Settignano"



Palazzo Zabarella, Padova: tutti i gg 9.30-19.30
chiuso il martedì se non festivo
Ingresso: intero euro 10; ridotto euro 5
Per informazioni: 049 87 53 100
199.199.100

postato da Josh su


sabato 7 novembre 2009

Aleatorietà del PIL

Da una mail dell'amico Alberto.
Nota:
Viene qui riportato il sunto di un discorso fatto da John Fitzgerald Kennedy , prima di diventare presidente degli Stati Uniti d'America; riguarda il suo pensiero circa l'inadeguatezza degli indicatori economici, nel caso specifico il PIL. Detto in parole semplici, il candidato presidente Kennedy metteva in guardia, già mezzo secolo fa, su aleatorietà e incostintenza del famigerato indicatore economico PIL = Prodotto Interno Lordo.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Note:
Kennedy è stato il primo presidente cattolico degli Stati Uniti.
Dal contenuto, questo post è perfettamente amalgamabile con quanto scritto da Hesperia nel suo ultimo post, ( questo ).
Questo post, pubblicato da uno che si è molto dilettato di economia e finanza, e che quindi ha sempre dato rigorosa importanza agli indici economici finanziari, è l'esplicita confessione di una sua sonora e personale sconfitta.

sabato 31 ottobre 2009

Dante a Venezia

Dante a Venezia soggiornò nei primi mesi del 1321 in qualità di ambasciatore di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna. Dante fu incantato dalla bellezza di Venezia, ma soprattutto dall'efficienza dell'Arsenale, allora in piena attività. L'Arsenale di Venezia ebbe nel momento di maggior potere della Serenissima un'organico di quasi 20.000 lavoratori, tutti specializzati, che erano chiamati arsenalotti. Cronache dell'epoca riferiscono che all'interno dell'Arsenale fosse possibile costruire una galea (una grossa nave da combattimento) nell'arco di una sola giornata. A Dante fu concesso il permesso di visitare l'Arsenale (privilegio concesso a pochi, ma il Sommo Poeta era già famoso all'epoca) ed egli ricompensò Venezia con alcuni versi eterni composti all'interno della Divina Commedia. Tali versi sono parte del XXI canto dell'Inferno, le cui 3 celebri terzine iniziano così:




Quale nell'Arzanà de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani.

Una incisione su marmo con le tre terzine di Dante è stata collocata alla sinistra dell'entrata principale dell'Arsenale (vedi foto sotto). Sulla destra del grande portone di ingresso invece si può ammirare un busto in bronzo del Sommo Poeta. La visita di Dante a Venezia fu involontariamente la causa della sua morte. Sulla strada del ritorno, passando nei pressi delle Valli di Comacchio, il Vate contrasse la malaria. A seguito di questa malattia Dante Alighieri morì il 14 settembre 1321 a Ravenna, ultima meta del suo girovagare per l'Italia dopo che egli fu esiliato dalla sua città natale, Firenze. Dopo la morte di Dante i veneziani vollero ricordare la sua memoria con i nomi di 3 edifici localizzati all'interno dell'Arsenale, li chiamarono Inferno, Purgatorio e Paradiso.


Viste dell'Arsenale e dell'ingresso









Dedico questo post a Mario/marshall che è un grande appassionato di Dante. Sono sicuro che mi perdonerà nel caso l'articolo dovesse contenere delle imprecisioni.

A seguito della lettura di questo articolo Mario/Marshall ha scovato un giallo nella vita di Dante, di cui scrive nel proprio blog ecopolfinanza.
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postato per gentile concessione da

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Quello che scrive Marshall sul suo blog


Un giallo nella vita di Dante

Quale ne l'arzanà de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,

ché navicar non ponno; in quella vece
chi fa suo legno novo, e chi ristoppa
le coste a quel che più viaggi fece;

chi ribatte da proda, e chi da poppa;
altri fa remi, e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa;

Inferno, Canto XXI, versi 7 - 15

Questi versi sono stati scritti (dovrebbero essere stati scritti ?) da Dante in occasione della visita all'Arsenale di Venezia, fatta per assecondare un desiderio di Guido Novello da Polenta, Signore di Ravenna, suo mecenate del momento, che lo mandò in ambasciata a Venezia per cercare di risolvere diplomaticamente una spinosa questione.
Indro Montanelli, profondo conoscitore di Dante, nel libro "Ritratti", così descrive - liquidandolo con poche parole - quell'episodio cruciale e fatale per la vita del Sommo:

"Fu così che (Guido) una volta lo mandò a Venezia per risolvere una spinosa diatriba che minacciava di sfociare in una guerra tra le due città (Venezia e Ravenna). S'ignora come Dante se la cavasse. Forse non fece nemmeno in tempo a svolgere il suo compito perchè cadde ammalato e, sentendo approssimarsi la fine, affrettò il ritorno. Doveva trattarsi di una forma acuta di malaria perchè aveva la febbre altissima e delirava. Quando arrivò a Ravenna era già allo stremo. Non si sa nemmeno se riconoscesse i volti dei figli e degli amici che si avvicendavano al suo capezzale. Spirò nella notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321".

Non si hanno notizie di altri viaggi di Dante a Venezia, ma quei versi, inseriti per descrivere quanto avviene nella V bolgia dell'Inferno - quella dei Barattieri - sono stati (pare, perchè ora il dubitativo mi diventa d'obbligo) senzaltro ispirati dalla visita fatta all'Arsenale di Venezia in quell'occasione (ma forse un'altra eventuale occasione). Venezia, a quell'evento ha dedicato una targa con incisi quei nove versi (vedere foto e descrizione al post di Fausto: questo ).


Il dubbio è venuto perchè Dante avrebbe completato la Cantica dell'Inferno nel 1313, mentre quei versi dovrebbero essere stati composti nel 1321, in occasione di quella visita. Altro punto cruciale: se Dante era morente, come ha fatto a scrivere quei versi? Potrebbe averlo fatto dettandoli, facendoli inserire in quel punto del XXI Canto. Ma di questa sorta di giallo pare che nessun commentatore di Dante ne parli.

Se qualcuno avesse spiegazioni plausibili, le proponga.

seguono i commenti dal blog di Marshall
http://ecopolfinanza.blogspot.com/2009/10/un-giallo-nella-vita-di-dante.html

sabato 17 ottobre 2009

La Lingua italiana cambia.

Dal blog Il Giardino delle Esperidi. Post a cura di Aretusa
http://esperidi.blogspot.com/2009/10/la-lingua-italiana-cambia-parole-che.html

La lingua Italiana cambia: parole che vanno, parole che vengono



"La nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar…"

La nostra bella lingua, così musicale, così elegante, così ricca di vocaboli sta morendo. L’allarme lo lancia lo Zingarelli segnalando, nell'edizione 2010, oltre 2800 parole da salvare. Voci come ciarpame, esimio, fronzolo, vaghezza, protervia, garrulo, fragranza, solerte, sapido, fulgore, così ricche di sfumature ed espressività, stanno finendo nel dimenticatoio per mancanza di originalità e ignoranza. Il loro uso, infatti è divenuto meno frequente perché i media privilegiano sinonimi più sbrigativi: profumo invece di fragranza, saporito invece di sapido, chiacchierone al posto di garrulo e via dicendo. Poca fantasia e pigrizia mentale contribuiscono all’appiattimento della nostra bella lingua.
C’è il rischio che un domani raccontando di uno “zotico che con roboante protervia arringa una garrula e vetusta signora”, il nostro interlocutore ci guardi come se parlassimo arabo.

Le domande aperte secondo la Zanichelli, casa edistrice della Zingarelli sono numerose.
Può fare a meno la nostra bella lingua di vocaboli affascinanti come ghirigoro? O beffardo? O Ghiribizzo? O l’onomatopeico ondivago? Dove finirà la buona creanza? E l'eloquio forbito? Lucio Battisti non potrebbe più cantare una “giornata uggiosa”. E come descrivere Zio Paperone meglio che con il termine taccagno? Sono parole che rendono il lessico più variopinto e più interessante, la lingua italiana più ricca e completa.
Ma lo Zingarelli 2010 guarda anche al nuovo italiano registrando oltre 1.200 nuove parole, in gran parte termini inglesi e provenienti dalla politica e dall’attualità. Entrano infatti la ormai famosa Social Card, i Pro Choice e i Pro Life ispirati dai dibattiti etici. L’acronimo, NIMBY “not in my back yard", tradotto "non nel giardino di casa mia".
Il Nerd, cioè il “secchione” Usa, imbranato, protagonista di libri e film. A proposito di secchioni c'è anche Ottista ossia lo studente che prende tutti otto; la lotta brasiliana Capoeira e la ginnastica Pump.
Ci sono anche dei nuovi modi di dire: una persona seducente è da Acchiappo specie se frequenta un ritrovo di Vipperia, dove si consuma Finger Food (cibo che si mangia con le mani). Traduttese è una traduzione troppo letterale e contorta. E ancora Instant messaging (scambio di messaggi in tempo reale attraverso la rete).
Il dizionario apre, anche alla famiglia omogenitoriale, formata da una coppia dello stesso sesso e figli, introducendo per o meno nella lingua italiana, l’adozione gay…
Non posso fare meno di essere rammaricata per questa trasformazione del nostro vocabolario, dietro ad ogni parola c’è la storia del nostro Paese, un passato in cui certi valori erano assoluti, dove "il bianco era bianco e il nero era il nero", e il relativismo non esisteva; in cui in famiglia c’erano una mamma e un papà e in cui noi bambini con i nostri grembiulini e il fiocco azzurro imparavamo l’italiano forbito e ad amare la nostra Patria.
Aretusa

mercoledì 30 settembre 2009


Scoperto il «Colosseo» nel Porto di Traiano a Ostia
Dopo 3 anni di scavi l'anfiteatro grande quanto il Pantheon, per ora ha mostrato solo le fondamenta
Il porto di Traiano (Foto Ciofani)ROMA - Ricorda il Colosseo, l'anfiteatro lungo 42 metri e largo 38 scoperto a Ostia nel Porto di Traiano. Di dimensioni inferiori all'Anfiteatro Flavio, icona della città di Roma in tutto il mondo, il nuovo Colosseo per ora ha mostrato solo le fondamenta. L'ipotesi ricostruttiva è che l'alzata delle pareti perimetrali che sostenevano le tribune fosse almeno di dieci metri.
GLI SCAVI - La scoperta è frutto di una campagna di scavo durata tre anni condotta in collaborazione con la British School at Rome, l'Università di Southampton e l'Università di Cambridge, e diretta dal professor Simon Keay. «L'unicità della scoperta - dice Keay - sta nel fatto che è la prima volta che viene rinvenuto un anfiteatro nel cuore di una zona portuale. Altra particolarità e che questo emiciclo spicca nel centro del Palazzo Imperiale di Traiano, anche se l'edificio appena scoperto è databile all'inizio del III secolo d.C. La nostra sfida è capire perchè ci fosse una struttura simile dentro il palazzo imperiale». E continua: «Il nostro lavoro è iniziato nel '98 con una serie di indagini, e nel 2007 abbiamo avviato la campagna di scavo concentrandoci sul Palazzo Imperiale, un complesso molto importante che si estende tra i due bacini, quello di Claudio e di Traiano, e che rivela tracce dal I secolo all'epoca bizantina, in base alle trasformazioni del porto».
UN ANFITEATRO PRIVATO - «Altro aspetto importante è che l'anfiteatro può essere identificato con il teatro indicato da Rodolfo Lanciani durante gli scavi del 1868. Questo anfiteatro in scala ridotta rispetto al Colosseo e grande più o meno come il Pantheon, era chiuso nel palazzo, quindi non visibile dall'esterno, molto probabilmente un luogo privato per un godimento esclusivo dell'ufficiale pretore che gestiva il posto». La campagna di scavo si chiuderà il 9 ottobre, poi seguiranno le pubblicazioni. «Ma vogliamo intanto realizzare un sito internet per la ricostruzione virtuale del porto di Roma all'indomani delle nuove scoperte - dice Keay - Quello per il Porto di Traiano è uno scavo archeologico modello perchè qui stiamo sperimentando tutte le metodologie di indagine, dalla geofisica al carotaggio alla realtà virtuale». Fruibile l'area? «Sarebbe importante aprirlo al pubblico, nel futuro spero che con i nostri lavori la gente conosca le potenzialità del sito. La speranza è che si apra al pubblico».

giovedì 24 settembre 2009

Santa Croce - Firenze

A egregie cose il forte animo accendono / l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella / e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta. Io quando il monumento / vidi ove posa il corpo di quel grande / che temprando lo scettro a' regnatori / gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue; / e l'arca di colui che nuovo Olimpo / alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide / sotto l'etereo padiglion rotarsi / piú mondi, e il Sole irradïarli immoto, / onde all'Anglo che tanta ala vi stese / sgombrò primo le vie del firmamento: / - Te beata, gridai, per le felici / aure pregne di vita, e pe' lavacri / che da' suoi gioghi a te versa Apennino! / Lieta dell'aer tuo veste la Luna / di luce limpidissima i tuoi colli / per vendemmia festanti, e le convalli / popolate di case e d'oliveti / mille di fiori al ciel mandano incensi: / e tu prima, Firenze, udivi il carme / che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco, / e tu i cari parenti e l'idïoma / désti a quel dolce di Calliope labbro / che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma / d'un velo candidissimo adornando, / rendea nel grembo a Venere Celeste; / ma piú beata che in un tempio accolte / serbi l'itale glorie, uniche forse / da che le mal vietate Alpi e l'alterna / onnipotenza delle umane sorti / armi e sostanze t' invadeano ed are / e patria e, tranne la memoria, tutto. / Che ove speme di gloria agli animosi / intelletti rifulga ed all'Italia, / quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi / venne spesso Vittorio ad ispirarsi. / Irato a' patrii Numi, errava muto / ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo / desïoso mirando; e poi che nullo / vivente aspetto gli molcea la cura, / qui posava l'austero; e avea sul volto / il pallor della morte e la speranza. / Con questi grandi abita eterno: e l'ossa / fremono amor di patria. Ah sí! da quella / religïosa pace un Nume parla: / e nutria contro a' Persi in Maratona / ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi, / la virtú greca e l'ira. Il navigante / che veleggiò quel mar sotto l'Eubea, / vedea per l'ampia oscurità scintille / balenar d'elmi e di cozzanti brandi, / fumar le pire igneo vapor, corrusche / d'armi ferree vedea larve guerriere / cercar la pugna; e all'orror de' notturni / silenzi si spandea lungo ne' campi / di falangi un tumulto e un suon di tube / e un incalzar di cavalli accorrenti / scalpitanti su gli elmi a' moribondi, / e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Dal carme Dei sepolcri - Ugo Foscolo - Terza sezione - versi da 151 a 212

La questione del tram, che avrebbe dovuto passare per Piazza della Signoria a Firenze, è stata occasione per una istruttiva disquisizione con l'amico Sarcastycon, attraverso il commentario del mio precedente post ( questo: cliccare qui ). Sarcastycon, livornese di nascita, é toscano di antichissime generazioni. Ha nel cuore la sua bella e amata Toscana, al pari per come l'ebbe Oriana Fallaci. Nel suo piccolo, attraverso suoi blog, ha cercato di divulgare bellezze della sua regione poco conosciute. Mi è stato di grande utilità perchè io non sono mai stato fisicamente a Firenze. Ho solo attraversato la regione molte volte, prima in treno e poi in auto, ma a Firenze non ho mai sostato, perchè una visita adeguata alla città avrebbe richiesto non meno di tre giorni. Molti sarebbero i siti e i monumenti da vedere, e così ho sempre rimandato al dopo. Un dopo che è arrivato, ma carico di incognite e impedimenti. Insomma: chi ha tempo, non aspetti tempo!
Con Sarcastycon, al secolo Marcello, abbiamo spesso parlato - da ultimo nel mio commentario precedente, come già detto - di Firenze, delle sue bellezze architettoniche e delle sue chiese, ma non abbiamo ancora parlato della Basilica di Santa Croce e del suo Cimitero monumentale. Ci pensavo da giorni, ricordandomi e facendomi tornare alla mente i memorabili versi Dei sepolcri che i salesiani, presso i quali ho studiato, ci avevano fatto imparare a memoria, e che ci avevano commentato egregiamente. La terza sezione del carme è anche dedicata a personaggi illustri che vi sono sepolti. E' facile riconoscere tra questi: Machiavelli, Michelangelo, Galilei, Alfieri. E una sosta a Firenze m'avrebbe richiesto non meno di un giorno per la sosta sui loro monumenti in Santa Croce.

(a seguire)

martedì 22 settembre 2009

Un piccolo pesce

Nella luce del sole, filtrata dall’acqua del mare,
s’ intravede una mano che spande del cibo.
A tanta abbondanza accorrono in frotte
piccoli pesci che si pasciono allegri.
Passano i giorni e la festa continua,
più di una mano lancia loro del cibo
l’aspetto è diverso, ma il sapore è lo stesso.
Un piccolo pesce assaggia e non mangia,
crescono gli altri, belli e possenti,
ma lui minuto rimane.
S’agita il mare, accorrono i pesci,
non è manna che scende,
ma una rete li avvolge.
Il piccolo pesce, fuggite le maglie,
da un scoglio sommerso, mira la rete.
Una pinna lontana, a rossi pigmenti,
accenna un saluto.
Un ciao incosciente o un tragico addio?
Triste ed affamato, ma libero nuota,
fuori dal tempo, in un mare deserto.

martedì 28 luglio 2009

Beethoven - Ode To Joy, Ninth Symphony - Inno Alla Gioia, 9^ Sinfonia

Dedicato a Flavio e alla sua nipotina Rosaluna

domenica 19 luglio 2009

Una poesia raccolta da FB.

ITACA
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madre perle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.

di Costantinos Kavafis

sabato 18 luglio 2009

Nessun Dorma Tenore SALVATORE LICITRA Turandot Giacomo Puccini

Il tenore italiano che ho amato di più è stato Mario Del Monaco e ritrovo in Licitra quella corposità di timbro che mi strappa qualche brivido.
Auguri Ragazzo. Ambra

Salvatore Licitra sings "Recondita Armonia" from Tosca

Bravo !

giovedì 16 luglio 2009

Trionfo della Scala a Tel Aviv

Per Ambra
La Scala in tournè, trionfa a Tel Aviv. L'interprete principale, nel ruolo di Ramesse, è il tenore Salvatore Licitra.

mercoledì 15 luglio 2009

The Pogues Streets of Sorrow/Birmingham Six

Raccolta dal Legno con questo commento .
The Pogues

Streets Of Sorrow / Birmingham Six

E' un medley.

Il primo pezzo è molto dolce.

Il secondo è dedicato alla storia - vera - di sei oriundi irlandesi condannati per una bomba dell'Ira che devastò - con vittime - un pub di Birmingham.
Dopo 17 anni uscirono di prigione, essendo stato revisionato il processo, e quindi assolti dalle false accuse create dalla polizia britannica.

Ah. La canzone "Birmingham Six" venne bandita dalla BBC all'epoca della sua uscita, che avvenne prima del processo di revisione.

sabato 4 luglio 2009

Paolo Conte - Il maestro

Ciao a tutti Ambra

venerdì 3 luglio 2009

Catalani - Canzone groenlandese

Un caro amico che li aveva conosciuti mi diceva : come potete vantarvi di Puccini, quando avete un Catalani ?

lunedì 15 giugno 2009

Tesori nascosti d’Italia

A Palestrina, una cittadina alle porte di Roma c’è un “gioiello” nascosto un edificio del II secolo a. C. che vanta uno stato di conservazione unico nel panorama dell'epoca e con una struttura muraria di quasi venti metri d'altezza, ricca di sofisticate decorazioni ornamentali.
Una testimonianza di architettura ellenistica che non ha eguali in Italia e che gli archeologi chiamano Aula absidata.
Questa meraviglia da anni è in attesa di essere restaurata come racconta la sopraintendente archeologa del Lazio Sandra Gatti: "Dopo sei anni di stallo, siamo in attesa ora della gara di appalto per iniziare i lavori che ci consentiranno almeno entro un anno la sistemazione del monumento e l'apertura al pubblico”.
Questo progetto oltre al pregio artistico, apre anche nuove aspettative nel mondo degli studiosi, perché gli accertamenti archeologici fin qui condotti hanno riportato alla luce un patrimonio straordinario che farà luce su dubbi di carattere architettonico che fin’ora hanno diviso generazioni di archeologi. Il nome di Aula absidata è da ricercare nella sua planimetria rettangolare culminante in una grande abside che ha la struttura di una monumentale grotta naturale, alta dodici metri, scavata nella roccia calcarea viva che trasuda ancora acqua, una sorta di ninfeo di palpabile suggestione decorato con nicchie disposte su due ordini, dove venne ritrovato il celebre mosaico del Nilo, capolavoro assoluto di maestranze greco-alessandrine, oggi conservato al Museo nazionale archeologico Prenestino della cittadina.
Come tutti i tesori che si rispettino le meraviglie dell'Aula Absidata sono nascoste. Lo sono state per secoli perché l'edificio antico venne riconvertito in episcopio della città per poi essere utilizzato come seminario vescovile legato alla vicina cattedrale di S. Agapito. Con il risultato tragico che l'antica architettura fu letteralmente trasfigurata da scellerati rimaneggiamenti moderni che ne alterarono la lettura originaria.
"Il recupero dell'Aula è stato assai delicato e difficile, ha necessitato una coraggiosa operazione di sventramento di tramezzi che avevano segmentato in tante stanze l'originaria planimetria, mortificando anche il raffinato mosaico a micro-tessere bianche (dai 2 ai 5 millimetri di lato) che rivestiva tutta la pavimentazione. Dopo è stata necessaria un'operazione di rimozione di cartongessi e controsoffitti che avevano ridimensionato la vertiginosa altezza dell'ambiente, ma soprattutto di eliminazione del pesante strato di intonaco bianco che aveva completamente occultato gli apparati decorativi sulle pareti. Ne vengono fuori duemila metri quadrati di struttura muraria in "opus incertum" (oggi articolati su quattro piani) impreziosita alla base da un podio con fregio riccamente scolpito che scorre lungo il perimetro rettangolare, e scandita sulle pareti da un doppio ordine di semicolonne culminanti in capitelli di stile ionico: "Ma non sono capitelli tradizionali da manuale - avverte Sandra Gatti - Sono un unicum, uno stile ionico raffinatissimo, diverso dai classici, con varianti estetiche mai riscontrate". Fulcro dell'Aula è sicuramente la grotta, vero gioiello di messinscena. "Bisogna immaginarsela in origine con il mosaico del Nilo coperto da un velo d'acqua e il gioco artefatto di stalattiti e stalagmiti che amplificavano l'effetto della roccia calcarea viva", avverte Sandra Gatti. E secondo il progetto, col completamento dei lavori sarà rimossa la tamponatura moderna della semicupola per offrire così al pubblico una visione anche dall'alto.
Questo gioiello di architettura romana ellenistica di Palestrina è una delle migliaia di testimonianze di grande valore artistico, storico e archeologico che arricchiscono il nostro Bel Paese, e che rimangono sconosciute al grande pubblico.
Oggi si viaggia molto all’estero, in modo quasi “ossessivo-compulsivo” senza nemmeno conoscere il patrimonio artistico italiano, che per qualità e quantità non ha eguali al mondo e che all’estero tutti ci invidiano. Non c’è paese al mondo più bello e ricco di storia dell’Italia, non dimentichiamolo mai, soprattutto DIFENDIAMO la nostra terra, da chi non rispetta noi e i nostri tesori.

sabato 13 giugno 2009

Nek - Per non morire mai

giovedì 11 giugno 2009

The Crevasse - Making of 3D Street Art

Magnifiche illusioni dal mondo

mercoledì 3 giugno 2009

Non è un coccodrillo, è una dchiarazione d'amore.

Paco Andorra

Un impermeabile stazzonato
03/06/2009 14:13

E' vivo, ma non lotta con noi. Quel gran bastardo dell'Alzheimer glielo impedisce. Il colpevole è noto agli spettatori, ma stavolta non arriverà il tenente Colombo a incastrarlo. Nella sua più riuscita interpretazione, Peter Falk amava farsi passare per bamba travestito da poliziotto. Giungeva sul luogo del delitto con l'aria di chi vi capitasse per caso, sempre in bilico tra il perdere il filo del discorso e il non sapere quale domanda porre. Gli sceneggiatori gli servivano fior di copioni, ma la faccia con l'occhio di vetro ce la metteva lui. L'andatura da distratto cronico, le divagazioni da ometto così così, la malizia del candido costretto a tampinare mascalzoni che si pretendevano innocenti agli occhi del mondo, di tutto il mondo fuorché Colombo, e ai quali faceva credere fino all'ultimo che l'avrebbero scapolata, perché, insomma, mica i geni del crimine capitolano di fronte a un detective con l'impermeabile stazzonato, e che blatera costantemente di una moglie invisibile e senza nome, ce le metteva lui. Li abbiamo visti centomila volte, i suoi telefilm, in pomeriggi probabilmente dedicabili a cose migliori, ma alla fine le cose migliori erano proprio le frasette innocue del tenente, il suo apparente non prendersi sul serio, il suo IQ himalayano camuffato da collinetta. Erano rassicuranti, farciti di un cartesianesimo per famiglie, con il leit-motiv dell'errore dell'assassino sempre svelato (il pezzettino di parmigiano sbocconcellato dall'omicida...), e spesso si vedevano i sospettati collaborare attivamente al proprio smascheramento, un po' per presunzione, un po' per divertirsi alle spalle dello sbirro ingenuo. Adesso che il grande caratterista è malato e non riconosce più le persone intorno a sé, qualche critico rifletterà sull'ingiustizia sottesa all'averlo imprigionato per decenni in un ruolo, che peraltro si era scelto, scavalcando un mostro sacro come Bing Crosby. No, non compiangiamo l'ottantunenne gigione: di attori schiavizzati dal personaggio ne abbiamo contati a bizzeffe, ma siamo sicuri che sia stata una reclusione intollerabile? Egoisticamente parlando, siamo lieti che Colombo ci abbia accompagnati con la stessa faccia per tanto tempo. Era così bravo che non lo hanno mai promosso. Speriamo solo che il bastardo che sta tormentando il vecchio Peter trovi un mastino altrettanto tosto che lo azzanni al più presto.

giovedì 28 maggio 2009

Il giro d'Italia a Benevento

Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente, allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov'ei le trasmutò a lume spento.

(Dante, Purgatorio, Canto III)

Grazie Giro d'Italia; e grazie anche alla Rai, per una volta tanto.
Oggi, dopo tanti anni in cui lo seguo, mi ha riportato a vedere Benevento: e ci tenevo molto. Ci tenevo molto da quando imparai a memoria uno dei passaggi più belli e più toccanti di tutta la Divina Commedia. Il nostro insegnante, uno dei migliori dantisti che abbia conosciuto, un sacerdore salesiano, quella sera ci diede un saggio della sua bravura in teologia, parlandoci dell' immensità dell'amore divino; della bontà infinita del Signore che
...ha si gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei.
Nello spiegarci questa terzina, aveva trasformato il ciò in tutti, puntualizzando e sottolineando sulla certezza che la bontà divina è tanto grande che accoglie tutti quelli che si rivolgono a lei; anche nell'estremo punto di morte, e anche se, nel corso della vita, si è stati tra i più grandi peccatori della terra.
Benevento, citta campana, mi è particolarmente cara perchè la considero una costola della mia Lombardia in terra del Sud. E' stata infatti ducato longobardo per diversi secoli, anche fin dopo che i Longobardi di Lombardia avevano ceduto il posto ai Franchi. Inoltre, durante il periodo longobardo, fin dai tempi della regina Teodolinda, in poi, Benevento, nell'ambito del Regno Longobardo, godette di ampia autonomia dalla sedi centrali, che erano state dislocate a Pavia, poi a Milano per poi diventare definitivamente a Pavia.
E c'è un monumento, del quale Benevento può andare orgogliosa e fiera: l'Arco di Trionfo di Traiano. Dunque, onore e merito ai beneventani, e quindi anche a quella costola dei longobardi, che hanno governato per secoli la città, se esso è giunto integro e intatto fino a noi.
Anche Milano avrebbe potuto avere ancor oggi il suo Arco di Trionfo di Costantino, il quale sarebbe stato secondo solo a quello ancora esistente in Roma, se il disinteresse per quel monumento, unito a disamore, incuria, vandalismo, non ne avessero decretato la fine, già intorno all'anno 1000, quando cioè i Longobardi non erano più padroni di Milano, da due secoli.

domenica 24 maggio 2009

Sonata al chiaro di luna

Dagoberto, soldato di Herat, non sapeva che sarebbe stato il suo ultimo dono.
« Non v' e nulla di più alto, che avvicinarsi più degli altri alla Divinità, e quindi i raggi della Divinità diffondere fra il genere umano ». (BEETHOVEN).

sabato 23 maggio 2009

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

ughi uto

καλὸς κἀγαθός

lunedì 18 maggio 2009

Premio Ciceronianum a studentessa milanese

Premio Certamen Ciceronianum
Ilaria De Regis, studentessa diciottenne del Liceo Classico "Giulio Casiraghi" di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, ha vinto la XXIX edizione del Certamen Ciceronianum Arpinas, il campionato mondiale di Latino che si svolge ad Arpino (Fr) (leggi notizia), patria del grande oratore latino Marco Tullio Cicerone.Queste le prime commosse parole, pronunciate a caldo da Ilaria, dopo la vittoria: "Ringrazio i miei professori con i quali ho effettuato un lungo percorso di preparazione a questa gara. La vittoria è sicuramente merito loro. Il brano proposto era bello, la parte che mi è piaciuta di più è stata la prima in cui c'è l'esortazione a vivere appieno la vita anche se si parte svantaggiati. Nel mio commento ho sottolineato proprio la possibilità di essere felici anche in condizioni avverse".La parte conclusiva è per me oltremodo toccante: spazia nei meandri della felicità, la quale, per chi la sa trovare, è alla portata anche di coloro che sono costretti a vivere in condizioni avverse.All'orgoglio di sapere che questo premio si svolge in Ciociaria, zona della Regione Lazio da cui provengono le mie antiche origini, si aggiunge quest'anno la felicità di sapere che la studentessa "più brava latinista del mondo" è una ragazza di Cinisello Balsamo, città dell'hinterland milanese dove ho trascorso il periodo più bello della vita: la giovinezza (vedere post: Il mio incontro con Guareschi).

sabato 16 maggio 2009

venerdì 15 maggio 2009

Poesia di cose antiche .

La canzone della granata
I
Ricordi quand'eri saggina,
coi penduli grani che il vento
scoteva, come una manina
di bimbo il sonaglio d'argento?
Cadeva la brina; la pioggia
cadeva: passavano uccelli
gemendo: tu gracile e roggia
tinnivi coi cento ramelli.
Ed oggi non più come ieri
tu senti la pioggia e la brina,
ma sgrigioli come quand'eri
saggina.
Giovanni Pascoli

Wolfgang Amadeus Mozart: Eine kleine Nachtmusik

mercoledì 13 maggio 2009

lunedì 11 maggio 2009

Solo i popoli perseguitati ed oppressi sono così buoni conduttori di dolore

Il male puro è cieco e sordo...
Questa l'impressione sgradevole e desolante davanti alla lettura delle prime pagine de "I quaranta giorni del Mussa Dagh" di Franz Werfel

Sembra qualcosa di incredibile... e il cuore e la ragione si ribellano... e faccio fatica a proseguire nella lettura. Ma la sorte degli Armeni massacrati ed eliminati dai Turchi all'inizio della prima guerra mondiale - mirabilmente narrata da un ebreo che ben conosce la persecuzione contro una razza - ha del demoniaco: si assiste al tremendo avanzare, silenzioso e traditore, del male.. è come la tela di un ragno velenosissimo che divora all'improvviso dopo il lento e paziente lavoro di tanto tempo.

Il problema all'inizio per i Giovani Turchi era quello di trovare un pretesto per accusare e deportare i fieri e pacifici Armeni, poi i pretesti non servono più: diventa una colpa semplicemente essere armeni e le deportazioni sono di un dolore indescrivibile.

Ma tornando all'episodio che mi ha sconvolto - si tratta dell'incontro tra il dottor Giovanni Lepsius, tedesco, che si rivolge a Enver Pascià, capo supremo dei Turchi, per perorare la causa degli Armeni (pp. 139 e ss) -, devo dire che ho fatto una scoperta: il puro male, quasi ingenuo e incosciente nella sua semplicità ha sempre lo stesso volto inquietante e pauroso. Come il volto di Weston in Perelandra di C. S. Lewis, come il volto di Don Rodrigo, che ha la sfrontatezza di chiedere a P. Cristoforo di mettere sotto la sua protezione Lucia ne "I promessi sposi".


C'è un altro passaggio doloroso del romanzo che riporto perché mi ha colpito: laddove uno dei personaggi, un Pastore protestante coraggioso e tenace, schiacciato dall'ingiusta oppressione del potere, si lascia sfuggire un brevissimo gemito. Gli astanti, davanti a quel lamento appena accennato si lasciano coinvolgere, anche se sono davanti ad un estraneo, proprio come soltanto un popolo - un vero popolo che ha un comune sentire -, riesce a fare:

"Il Pastore Aràm richiamò con uno sforzo il suo sguardo smarrito, balzò in piedi con forzata disinvoltura e tentò un sorriso tranquillante, come s enon fosse avvenuto nulla di speciale. Anche le donne si alzarono, ma entrambe con molto sforzo, poiché, se una aveva il braccio inservibile, l'altra era incinta. Solo la piccola nella casacca a righe rimase seduta, fissindo sospettosa i suoi compagni di sofferenze. Le esclamazioni violente, le domande e i gemiti del primo saluto non si poterono comprendere. Ma quando il pastore Aràm abbracciò il padre, la sua padronanza di sé per un momento cedette. La sua testa cadde sulla spalla del vecchio e si udì un breve singhiozzo, un rantolo roco e doloroso. Non durò un secondo. Le donne rimasero mute. Ma nella folla circostante si propopagò coem una scossa elettrica. Gemiti, singhiozzi e colpetti di tosse corsero tra le file. Solo i popoli perseguitati ed oppressi sono così buoni conduttori di dolore. Ciò che accade a uno acade a tutti. E lì davanti alla Chiesa di Yoghonolùk trecento paesani erano commossi da una sofferenza, di cui non conoscevano ancora la storia ("I quaranta giorni del Mussa Dagh" di Franz Werfel, pag. 95-96)

sabato 9 maggio 2009

La voce di Fiordiligi.

Ho trovato questo che forse interesserà ai musicofili
http://vocefiordiligi.blogspot.com/

mercoledì 6 maggio 2009

Ilaria del Carretto e il suo cagnolino.





San Martino a Lucca. Una chiesa che è anzitutto un capolavoro del romanico, con quella sua agile facciata che si appoggia al candido campanile. Una superficie traforata come un merletto d’altri tempi che gioca volentieri con la luce del sole, creando contrasti che cambiano continuamente.
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Ma ciò che cerchiamo è custodito dietro un’altra porta, quella della Sacrestia. Ci affacciamo e intravediamo subito quel volto bellissimo, dolce e sconvolgente. Mentre la luce soffusa sfiora appena, quasi temendo di ferire o, semplicemente, di svegliare quella candida figura adagiata nel marmo dal genio di Jacopo della Quercia. Ci viene spontaneo avvicinarci in punta di piedi, delicatamente, per paura di incrinare un equilibrio precario, di spezzare un filo magicamente teso come la mitica Arianna del labirinto. Sappiamo benissimo dalle guide, dai libri d’arte che quella statua che giace sul sarcofago con la base ornata di putti è solo un pezzo di pietra, anche se si tratta di uno dei massimi capolavori della scultura rinascimentale. Ma davvero l’impressione è che la figura palpiti di vita propria; che quella bellissima e giovane donna con i cappelli accuratamente raccolti nella benda imbottita e fiorita, con quell’abito di foggia francese, non aspetti altro che un nostro cenno (e, chissà, un bacio come la bella addormentata delle fiabe) per risvegliarsi. Forse è quello che desidera ardentemente anche quel tenero e struggente cagnolino che fissa la sua padroncina con quello sguardo che solo chi possiede un cane conosce.
http://tuscany.travel/personaggi-toscani/ilaria-del-carretto/index_ita.html

martedì 5 maggio 2009

Cane e uomo nella vita e nell'arte

Guardando i miei quattro bassotti, che considero componenti a tutti gli effetti della mia famiglia, ho pensato che cane e uomo sono complementari fin dai tempi più remoti. Non per nulla il cane è considerato il “miglior amico dell’uomo” e l’uomo ha ricambiato questo grande “amore” attraverso i secoli, anche in campo artistico. Giustamente, perché nessun essere vivente è più fedele al proprio compagno di vita di un cane.
Lo sguardo appassionato dei miei cagnetti, la loro allegria, la loro gioia nel vedermi, mi ripagano ampiamente dei pochi sacrifici che faccio per loro.Questo legame intenso, che si crea fra uomo e cane ha fatto si, che quest’ultimo fosse spesso protagonista di miti e leggende, che sono giunti fino a noi, dall'archeologia e dalle arti.
Le rappresentazioni dei cani spaziano dalle scene di vita quotidiana all'incarnazione di personaggi simbolici ed allegorici, come Anubi e Cerbero diventati i traghettatori ed i custodi delle anime dei defunti nell'aldilà, in alternativa figure di cani incarnano le classiche virtù della fedeltà e del coraggio, ma anche i vizi e le passioni umane. Sia nella cultura egiziana che in quella greco-romana spesso i cani, simbolo di estrema fedeltà, erano destinati a perire con i padroni oppure venivano sacrificati nei riti di fondazione delle città per propiziarne la prosperità e l'inattaccabilità, così che, spesso si trovano immagini di cani (in alternativa a leoni e grifoni) sulle mura di cinta delle cittadine, sulle porte di case e palazzi, all’entrata di templi e tombe.
L’argomento è molto vasto mi limiterò a sintetizzare due epoche, per me molto prolifiche, l’antico Egitto e il Rinascimento.
Il cane nell'arte egizia
L’arte egizia, in particolare offre molte rappresentazioni di cani sui monumento funerari.
Come la stele trovata ad Abydos che deriva dal Regno Medio (c. 2040 -1640).Si può osservare il piccolo cane sotto la sedia del defunto. Il cane ha un corpo lungo, tarchiato e gambe corte, tipico della razza bassotto. I proprietari di Dachshund (bassotto tedesco), credono che la razza abbia origini egiziane ed antiche, e è probabile che questa stele sia la prova.

D’altronde Anubi divinità funeraria e guardiano fedele delle tombe e del sonno dei defunti, rappresentato in forma di canide nero, è passato alla storia come il nobile progenitore dell'attuale Cane dei Faraoni, venerato dagli egizi quattromila anni or sono, tanto che il ritratto di un cane elegante, dalle orecchie grandi e dalla forme ugualmente armoniose, è stato ritrovato all'interno delle piramidi. Nella grande necropoli ad ovest della piramide di Cheope nel 1935 è stato rinvenuto un cane pressochè identico al Cane dei Faraoni, imbalsamato e tumulato in un sarcofago fatto su misura.
Il cane nell’arte Rinascimentale
Tra il cinquecento ed il seicento il cane comincia ad essere inserito nella composizioni pittoriche come interprete delle passioni e dei caratteri dell’uomo. Il grande incisore tedesco Albrecht Durer nel 1514 incide
la Melanconia come una figura femminile alata dal viso scuro, con la testa reclinata ad indicare le sofferenze patite, accucciato e raggomitolato su sé stesso ai suoi, piedi il suo cane, forse un levriero, in un atteggiamento così triste e sconsolato da toccare il cuore. Nel celebre dipinto dei coniugi Arnolfini del pittore fiammingo Jan Van Eyck, il cane un Cairn Terrier (o forse uno spitz o un griffoncino), messo in primo piano simboleggia la virtù più importante del matrimonio, la fedeltà coniugale.
Ma tutto il quadro è un concentrato di simboli. Il dipinto mostra Giovanni Arnolfini e la sua sposa Giovanna Cenami, ma in realtà costituisce, l’allegoria di un’unione felice di cui sono testimoni le figure che si intravedono nello specchio (tra cui il pittore nell’atto di dipingere la coppia) coronato dall’abbondanza e dalla prosperità. L’unica candela accesa nel lampadario allude alla fede mentre le arance sparse alla fertilità. Il cagnolino come già detto, alla fedeltà.


Altre volte il cane è simbolo della passione, dell’irruenza, o anche dell’impudenza amorosa. Il cane rappresenta il desiderio carnale nei giardini dell’amore cortese, desiderio più o meno intenso a seconda dell’atteggiamento assunto dal cane nel dipinto. Il giardino cortese di Michel de Renaud de Montauban è il luogo dove l’amore viene coltivato e rivelato attraverso le conversazioni, la musica e le danze: il cane stilizzato è attento ma calmo, segno di un amore più spirituale che passionale. (simb. 252)Michel de Renaud de Montauban, Il giardino cortese, metà del XV secolo.
Concludo questo testimonianza d'amore ai nostri amici a quattro zampe, con una denuncia, perchè l'uomo, può essere anche il peggior carnefice del cane.
L'arte contemporanea, é diventata troppo spesso una ricerca del clamore, dell'effetto fine a se' stesso, che di artistico ha ben poco e di bello ancora meno, l'importante é sbalordire, scioccare e far parlare di se'.
In quest'ottica s'inquadra la vicenda di Natividad, cane randagio sacrificato in nome di uno scempio, che qualcuno ha cercato di far passare per arte.
Il barbaro assassinio di una povera bestia, ma anche dell'arte.
Needle

Dedicato a Nessie e alla sua penna.



Ambra

lunedì 4 maggio 2009

Oggi vi regalo una rosa


Oggi voglio offrire una rosa agli amici.


E' una foto del mio giardino di qualche giorno fa ed ora la rosa è sfiorita...
Peccato!
E' questo il destino di ogni vita.
C'è un semino... nasce da un terreno fertile la pianta... poi sboccia il fiore.
Ma se sfiorisce vuol dire che sta per arrivare il tempo dei frutti...

Buona navigazione nei flutti del web a tutti gli internauti!

Puccini e Placido Domingo

Per Ambra

Cavalleria Rusticana

Concedetemi un po' di campanilismo
Intermezzo della Cavalleria Rusticana sulle immagini della terrazza Mascagni di Livorno.

" Un amore così grande " Luciano Pavarotti

Queto per il raffronto con Del Monaco.
Tu che hai l'orecchio così ben educato mi potrai aiutare a capire il perché del mio giudizio sui due tenori.

Ave Maria

La bella voce dello sfortunatissimo Mario Lanza.

Mario del Monaco - Un amore così grande (1976)

Ascolta questa Marshall, poi ti manderò anche la versione di Pavarotti.

domenica 3 maggio 2009

Mario del Monaco "Vesti la giubba" Pagliacci NY 1952

Nessun altro tenore è mai riuscito a darmi emozioni così forti.

sabato 2 maggio 2009

In Un Altra Vita -Ludovico Einaudi

Eccoti Marshall, questa ti rasserena un po' ?
Ciao Ambra

l'isola che non c'è - edoardo bennato

Dedicata a Marshall

venerdì 1 maggio 2009

LUDOVICO EINAUDI - Nefeli (Only song)

Se anche la musica è arte...

martedì 28 aprile 2009

Guardate è un pezzo di marmo.



http://www.ziche.net/Materiali/Blu/1-Azul-cielo-sodalite-macaubas-palissandro-blue-sky-bahia-acqua-marina-luise-blue.htm

Quelli del Global Worming devono aver visto questa immagine : i ghiacci si sono sciolti e il resto si desertifica.

martedì 21 aprile 2009

Anche la fotografia è arte

In passato un’opera d’arte per essere considerata tale aveva canoni ben precisi.
Oggi si dice che se “una bottiglia di latte entra dentro un museo diventa immediatamente un'opera d'arte”, questo perché l’arte contemporanea si avvale di mezzi diversi per esprimersi, uno dei quali è appunto la fotografia, anzi è proprio grazie ad essa, che ritrae perfettamente il mondo circostante, che la pittura ha potuto abbandonare la riproduzione minuziosa della realtà, per esprimersi in altre forme più fantasiose.
Gli impressionisti, per esempio, analizzavano i rapporti variabili di luce all’interno della natura con l’ausilio di una macchina fotografica, per ottenere in seguito, nelle loro opere, una migliore resa dell’atmosfera.
Il modo d’intendere la fotografia una forma d’arte, iniziò quindi nel 1890, raggiunse il suo apice nel 1910 e si diffuse in tutto il mondo, ma soprattutto in Francia, patria dell’impressionismo.
Luis Ducon du Hauron ideò nel 1889 un dispositivo per ottenere il cosiddetto “trasformismo” in fotografia (immagini alterate da specchi deformanti), che però non piacque al pubblico.
Non è facile stabilire quando la fotografia diventa arte, e non è detto che sia appannaggio solo dei grandi fotografi, vi sono al mondo dei fotografi dilettanti che scattano fotografie meravigliose.
Ed è questo il grande pregio della fotografia, il poter esprimere le proprie estro artistico, anche se non si conoscono nozioni tecniche complicate.
Chi non ha mai provato a “rubare” alla natura la sua grande maestria di pittrice di se’ stessa?
In ogni modo, per avvicinarsi all’arte, dietro alla fotografia ci dev’essere un pensiero. Deve esprimere un concetto, sociale, politico, legato al tempo in cui stiamo vivendo, inquinamento, povertà, opere umane, forze della natura, ecc. tutto può essere filtrato dall’obiettivo e può trasformarsi in arte, basta che dietro ci sia “un pensiero”.
In questo senso illuminante è la storia di una fotografa americana, Nan Golding, segnata dal suicidio della sorella, è proprio fotografando la propria famiglia e gli amici punk drogati e disperati che ha iniziato il suo lavoro fotografico, ignorato per molto anni.
Nan era poverissima, poi un giorno, qualcuno si è accorto della sua bravura perché lei, Nan Golding, era dentro il “mondo” che descriveva, la sua opera è inseparabile dalla sua vita.
Il Whitney Museum of American Art, un museo di arte contemporanea americana di New York ha realizzato una mostra su un book di sue fotografie. Nan Golding, oggi, vende moltissimo, dopo essere stata poverissima per tutta la vita. Questo perché lei ha raccontato, dal di dentro e molto bene, (senza sapere niente di storia della fotografia, dell'arte, della composizione) il mondo “estremo” in cui viveva. Oggi le sue fotografie costano cifre da capogiro, e pur non pensando minimamente di fare arte, Nan Golding è arte, perché è dentro un museo.
Needle

domenica 19 aprile 2009

Il vino in poesia

Nei giorni scorsi nel gruppo si è parlato di vino.
Mi sono ricordato che avevo un vecchio libro di poesie del Redi e tra queste un ditirambo su Bacco.
Vi propongo alcuni versi,quelli iniziali.


venerdì 10 aprile 2009

Una giornata strana vissuta molti, molti anni fa.

Negli anni cinquanta abitavamo vicino ad Arezzo, non lontani dal convento dei frati cappuccini. Nelle famiglie cattoliche di allora era “cosa buona e giusta” avere un consigliere spirituale, nella fattispecie impersonato da Padre Giovanni. Un vero francescano che viveva nella povertà più assoluta. Indossava un saio liso ma pulito, una magrezza, da far paura, dovuta ai lunghi digiuni, un’ intelligenza viva ed una grande cultura, non solo religiosa, che tuttavia non ostentava. Sapevamo che il convento era molto povero, pertanto a volte, Padre Giovanni era da noi a pranzo. La sua conversazione era sempre piacevole e profonda, la sua fede era incrollabile ma non prevaricatrice. Capitò un giorno, che ci disse, dopo pranzo, di non potersi trattenere perché aveva molta strada da fare. Alla domanda dove fosse diretto ci rispose: a Siena. Da casa nostra a Siena c’erano circa sessanta chilometri. Gli chiedemmo come intendesse andarci. Risposta: a piedi e aggiunse la divina Provvidenza mi accompagnerà. Dopo averci salutato partì. Rimanemmo perplessi ben sapendo che non aveva mai denaro con sé. Dopo un po’ mio padre, che poi tanto cattolico non era, mi disse: te la senti di vestire i panni della divina Provvidenza? Prendemmo la macchina e raggiuntolo ci avviammo verso Siena. La strada di allora passava per Montesansavino ed in cima al passo ci investì in pieno un temporale . Non si vedeva più niente ci dovemmo fermare: tutto intorno tuoni, grandine e fulmini. Allora, mio padre, professore di fisica, forse per rincuorarmi, disse: in queste condizioni la macchina si comporta come una gabbia di Faraday pertanto non c’è alcun pericolo. Il frate aggiunse: la divina Provvidenza non mi ha mai abbandonato. Sapevo perfettamente cosa fosse una gabbia di Faraday, ma vi assicuro che un conto è studiarla sui libri del liceo e un altro starci dentro!! Non osai dire ad alta voce quello che mi passò per la mente. E se la famosa gabbia non funzionasse? E se la divina Provvidenza fosse impegnata altrove? Andò tutto per il meglio. Non so se per merito della gabbia, come sosteneva mio padre o per merito della Provvidenza, come sosteneva il frate, oppure per il caso come pensavo io. Ossia lo scienziato, il credente e lo scettico.

martedì 31 marzo 2009

CON DANTE UN AUGURIO PER TUTTI NOI

Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse 'l disio.
..................................

Emile Bernard e la scuola di Pont-Aven

dalla "Lakmé" di Léo Delibes, il brano "Viens, Mallika.

C'è un momento suggestivo della storia dell'arte, inestricabilmente legato alla magia di un luogo, per cui è d'obbligo la visita a questo breve sito per farsi un'idea almeno della splendida regione francese della Bretagna. In questa terra, sospinta dal fascino originario locale, ebbe origine una rivoluzione pittorica, il Sintetismo (o Cloisonnisme) della Scuola di Pont-Aven: ci si distacca dall'Impressionismo e da una forma più antiquata di Naturalismo, accentuando l'astrazione della forma pittorica, rinunciando alla rappresentazione prospettica (aboliti la piramide rovesciata, il senso di profondità, gli effetti ombreggiati) per forme piatte, realizzate con colore puro e non mescolato; si accentua la rappresentazione non del reale, ma dell'eco interiore del dato osservato, compaiono elementi culturali non solo contemporanei ma arcaici e originari, quando non tratti primitivi. Il Sintetismo costituirà così uno dei rivoli del Simbolismo, che si rivela non solo decadenza, non solo consunzione lussureggiante e spirali di eros-lusso-morte. Emile Bernard (1868-1941) è la figura di svolta,
l'inventore della nuova concezione delle forme appena ventenne, nel 1888, anche se la comunità di pittori si andava formando in paese fin dagli anni '60.Nel 1888 i maestri dell'arte moderna sono all'opera, ma non da loro stanno arrivando le ultime novità: Paul Cezanne (1839-1906) e' nel sud della Francia, Vincent Van Gogh (1853-1890) è ad Arles dove lo raggiungera' Paul Gauguin (1848-1903), proveniente da Pont-Aven. Nel villaggio di pescatori c'è il giovane Emile Bernard che mostra a Gauguin l'opera rivoluzionaria.Bernard aveva dipinto "Donne bretoni su prato verde"(1888) (olio su tela, Germain-en-Laye, coll.privata), con parziale assenza di prospettiva, tinte essenziali e contorno nero marcato intorno alle figure: modelli ideali le vetrate delle chiese, le xilografie popolari, gli smalti (il cloisonné). Era la svolta che Gauguin cercava, una modalità astratta per allontanarsi dal Naturalismo e dall'Impressionismo. Gauguin adotta il nuovo stile mostrato dal giovane Bernard,
addentrandosi in seguito nel primitivismo magico che lo rendera' famoso, soprattutto per le visioni tahitiane. Il ventenne Bernard reclamerà inutilmente il merito della scoperta, mentre, secondo Pissarro, Gauguin "ha rubacchiato tutto ai giapponesi". Saranno comunque sia Paul Gauguin sia Emile Bernard a mettere a punto il nuovo stile, e da Gauguin ne verranno gli sviluppi maggiori. Frequentano il gruppo anche Paul Serusier, futuro capostipite dei Nabis, ma anche Emile Schuffenecker, Jacob Meyer De Haan, Charles Laval, ne subiscono influenza anche le trasfigurazioni mistiche e misteriosofiche successive del poetico Maurice Denis.Il termine 'Sintetismo' è impiegato per la prima volta nel 1889, in occasione della mostra organizzata al Café Volpini di Parigi dagli artisti raccolti attorno a Gauguin e Bernard. Il termine 'sintetismo' pensato da Bernard vuole indicare la semplificazione del disegno, la riduzione della complessità cromatica del reale a pochi colori-base, il ritorno alla plasticità, e l'idea di figurazione di sintesi."La visione dopo il Sermone", 1888 (olio su tela, Edimburgo, National Gallery of Scotland)è il primo dipinto sintetista di Gauguin, che riprende le cuffie delle donne bretoni di Bernard del dipinto precedente. Le donne, il mondo reale a sinistra vengono separate dall'albero trasversale; nella metà a destra vediamo raffigurata la Lotta di Giacobbe con l'Angelo (appunto, il soggetto della predica, cfr. Genesi 32:22-32): reale e immaginario si confondono nel quadro...in perfetto stile sintetista. Il Sintetismo di Gauguin condensa in un'unica immagine dati reali e elementi visionari, con forti valenze simboliche. C'è anche un dipinto di Van Gogh della stessa epoca che rientra in questo 'ciclo bretone': "donne bretoni", 1888 (tempera e acquerello su carta, Milano Civica galleria d'Arte Moderna), è una copia del dipinto di Bernard che Van Gogh eseguì per intendere al meglio la nuova pittura (Van Gogh e Bernard erano in rapporto epistolare).I quadri sintetisti, pur risentendo chiaramente di un paesaggio, sono realizzati in studio in base all'immagine impressa nell'interiorità, e non dal vero. Tra i contorni fortemente marcati delle figure, la scomparsa di microdettagli, la pittura sintetista dà il primato a una visione interiorizzata del mondo, con la ricorrenza di alcuni simboli. Tra le influenze vanno citate le stampe giapponesi e il loro metodo di uso del colore, spunti primitivisti (in seguito si possono rinvenire nei Nabis, o nella carriera successiva di Gauguin, per es. nel "Cristo verde"), un impiego di tecniche di raffigurazioni mutuate dalle vetrate delle cattedrali medioevali.
L'elemento ricorrente del paesaggio bretone è inteso come oasi di autenticità, con le affascinanti figure di donne in costume tradizionale bianco e nero, dalle caratteristiche cuffie: il costume tipico richiama a un'ideale arcaico in cui la Tradizione si mescola ad un Cristianesimo incontaminato delle origini, in una terra spettacolare densa di arte e storia, ma anche di vita semplice contrapposta alla sofisticazione della vita cittadina e delle malattie fin de siècle.La vicenda di questo momento dell'arte ci dice di più: già allora i costumi culturali e tipici erano conservati in un piccolo incantato paese, che, come fuori del tempo, manteneva intatte tracce ancestrali e lontanissime di storia e stili di vita. In seguito, la scomparsa dell'originario e delle antiche identità è stata velocizzata non tanto dal 'progresso' ma dalla Rivoluzione Industriale, con le sue peculiari mire, e dalle Rivoluzioni Tecnologica e Informatica. La scomparsa dei costumi popolari tipici, depositari di una parte emotiva della memoria, (come la scomparsa di lingue minoritarie, dialetti, prodotti artigianali) e la scomparsa forzata oggi del 'tipico, del 'locale', sono un passo ulteriore verso il suicidio culturale dell'Europa.

In alto a sinistra: "La moisson" di Emile Bernard, '1888
La visione del sermone di Emile Bernard (terza a sinistra)
Donne bretoni di Van Gogh (quarta a sinistra)
"Donne bretoni su prato verde"(1888) di Emile Bernard (quinta a destra)
"Bretone sul campo di grano verde" di Paul Serusier.
Autore dell'articolo è Josh